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di Chiara Cacciani

huffingtonpost.it, 30 ottobre 2025

La prima centralizza e rende più complicato l’ok per ogni richiesta di iniziative culturali, educative e ricreative. La seconda stigmatizza i “pendolarismi ospedalieri”. Due circolari ministeriali firmate a distanza di 11 giorni stanno provocando un’onda di reazioni in quel mondo che si muove dentro e fuori gli istituti penitenziari per renderli più umani e coerenti col dettato costituzionale, sia in riferimento alla finalità rieducativa, sia alla tutela di diritti fondamentali come quello alla salute.

Una, quella datata 21 ottobre 2025, se non portasse la firma reale del Direttore Generale Detenuti e Trattamento Ernesto Napolillo potrebbe arrivare da “Brazil”, la pellicola in cui il regista Terry Gilliam racconta di un futuro distopico dominato dal potere opprimente della burocrazia. La novità che introduce è che ogni iniziativa di tipo culturale, educativo e ricreativo destinata alle carceri con reparti di Alta sicurezza debba essere autorizzata dalla Direzione generale a Roma e non più dalle direzioni “di prossimità”. Questo anche nel caso di progetti che nel medesimo istituto coinvolgano soltanto persone ristrette in media sicurezza.

Oltre al “congruo anticipo” (manca però la definizione di congruo per luoghi in cui la misura del tempo è tutto), servirà fornire una lunghissima lista di dettagli e informazioni e prepararsi a attendere. Quanto? A oggi moltissimi dei progetti portati avanti da cooperative, associazioni, mondo dell’educazione, sono fortemente a rischio. 

Un carcere sempre più blindato, insomma, e in un momento in cui ci si confronta con il tema del sovraffollamento, dell’autolesionismo e dei suicidi, in cui la carenza di personale educativo interno ma anche di agenti di polizia penitenziaria rendono difficile garantire quotidianamente le minime attività previste.

“Si rischia di mettere una pietra tombale sulle iniziative di inclusione sociale negli istituti - è l’allarme di Samuele Ciambriello, Garante Campano delle persone private della libertà personale e Portavoce della Conferenza Nazionale dei Garanti - e mostra una scarsa contezza reale dei contesti carcerari. Le cooperative e le associazioni non faranno più iniziative dietro le sbarre, dunque? E i Provveditori regionali e i direttori e le direttrici degli istituti penitenziari? Diventano semplici amministratori di condominio? Oggi si entra di più in carcere e se ne esce sempre meno. Quei luoghi, invece, hanno bisogno di speranza”.

Secondo Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, il passo indietro attuale rischia di cancellare “la data storica del 1975 con la progressiva sia pur difficile e incerta apertura degli istituti alla società esterna e alla condivisione di esperienze maturate anche fuori dal trattamento”. La sensazione di Petrelli è che “prevalga nelle circolari una idea dell’istituzione carceraria come luogo della segregazione e della privazione sempre più impermeabile e ostile all’azione dei fattori di crescita culturale esterni a favore della cultura e della pratica del controllo. Senza capire che la “compartecipazione” costituisce anche la precondizione della sicurezza ambientale e della tutela della vita e della salute fisica e psichica delle persone ristrette”.

Una grande preoccupazione arriva pure da chi si occupa di istruzione universitaria oltre le sbarre: fino allo scorso anno accademico erano molti i laboratori che mettevano insieme studenti detenuti e non. “Apprendere, studiare e formarsi ha a che fare con lo scambio e il confronto - dice Vincenza Pellegrino, delegata per il Pup (Polo universitario penitenziario) di Parma e membro del direttivo del Cnupp, la conferenza nazionale dei Pup. - Se si impedisce l’incontro, anche in forme ristrette e controllate come sono i laboratori, si compromette un percorso già iniziato e capace di realizzare spazi di pensiero dentro il carcere”.

Sugli effetti concreti che potrebbe innescare la circolare è molto chiaro anche Nicola Boscoletto, fondatore della cooperativa Giotto, che coi suoi progetti di lavoro in carcere (il panettone Giotto, ad esempio, piace ai reali inglesi e è stato premiato dal New York Times) ha reso la casa di reclusione di Padova un modello virtuoso in questo ambito. “Se oggi nelle carceri qualcosa funziona sono proprio le iniziative del Terzo Settore e della società civile che riempiono vuoti e carenze strutturali. Decisioni frettolose possono causare grossi danni in primis alle persone detenute e indirettamente a tutto il personale dell’amministrazione penitenziaria quotidianamente in trincea. Con ricaduta negativa su tutta la società civile in ordine a sicurezza sociale e aggravio della spesa”.

E poi c’è la seconda circolare: la data stavolta è il 10 ottobre 2025, la firma quella del capo del Dap Stefano Carmine De Michele. Contiene sollecitazioni al coordinamento tra le aree professionali degli istituti penitenziari nell’ottica di una maggiore efficienza amministrativa e per la prevenzione di eventi critici. E se questo è un bene, la stesura è piuttosto interessante. “Dai toni sembra una strigliata per un singolo evento, ma finisce per coinvolgere tutti”, commenta qualcuno. Non solo. “Nella prima parte di fatto riconosce che in nessuno dei 190 istituti italiani viene consegnato all’ingresso un regolamento relativo ai propri diritti” declina Ciambriello. 

Ma il passaggio più contestato riguarda il tema della salute, quotidianamente al centro di reclami e proteste da parte dei detenuti, in particolare per la difficoltà e il ritardo a accedere alle visite specialistiche. Recita la circolare: “Troppo frequenti risultano i cosiddetti ‘pendolarismi ospedalieri’ per urgenze differibili, che generano disagio, costi e rischi di sicurezza. Occorre valorizzare le risorse interne, garantendo continuità delle cure e tempestività delle risposte. Il medico penitenziario deve assumersi la responsabilità di una valutazione rigorosa, contattando direttamente il 118 solo nei casi di effettivo pericolo di vita”. 

“Credo sia un’invasione di campo dell’amministrazione penitenziaria nei confronti della sanità locale e regionale, oltre a essere un linguaggio offensivo della dignità delle persone detenute e degli operatori sanitari”, incalza il portavoce dei Garanti. “Appellarsi alla “valorizzazione delle risorse interne” ricorrendo al 118 solo nei casi di “effettivo pericolo di vita” - gli fa eco il presidente delle Camere Penali: significa, nelle attuali drammatiche condizioni di sovraffollamento, ignorare la realtà oggettiva delle nostre disastrate strutture, oramai al collasso”.