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di Irene Famà

La Stampa, 23 marzo 2025

Preoccupati gli investigatori e gli inquirenti: è difficile captare elementi utili nei primi 45 giorni di intercettazione. Cogliere l’attimo. Gli investigatori, con la nuova riforma sulle intercettazioni, avranno una finestra di 45 giorni per registrare le confessioni involontarie di un criminale o un assassino. Così è stabilito dalla norma voluta da Forza Italia, a firma Pierantonio Zanettin, approvata nei giorni scorsi alla Camera: l’ascolto dei sospettati da parte di pubblici ministeri e polizia giudiziaria non può durare più di un mese e mezzo. Se non di fronte ad elementi specifici e concreti che dovranno essere oggetto di espressa motivazione e che permetteranno una proroga di due settimane in due settimane. Uniche deroghe? Mafia e terrorismo. Nessuna eccezione, invece, per la corruzione, l’estorsione e l’usura, violenze e femminicidio, sequestro di persona o droga. Giusto per citarne alcuni. “Così si pone un limite agli abusi. E si tutela la privacy”, dicono i sostenitori della riforma.

Preoccupati, invece, gli investigatori e gli inquirenti: sanno bene che, all’atto pratico, è difficile captare elementi utili nei primi 45 giorni di intercettazione. Indagare è anche questione di tempo. E di pazienza. Ad esempio, nelle maxi inchieste di traffico di stupefacenti o di usura. “E non si può trascurare - spiegano gli addetti ai lavori - il tempo necessario per la traduzione, in italiano, di conversazione intercettate in lingua straniera. Da cui possono emergere ulteriori spunti investigativi” che, va da sé, poi bisogna avere il tempo di sviluppare.

“E se dovesse tornare la stagione dei sequestri di persona?”, si chiede il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri ospite alla trasmissione Otto e Mezzo. “I sequestratori, prima di cinque, sei mesi, non chiamano i famigliari. Quindi come si fa? Si mettono sotto intercettazione i parenti della vittima solo sino al 45esimo giorno e poi più nulla?”. Altra questione le indagini sui reati di usura. “Per dimostrarne l’esistenza servono mesi. Bisogna documentare le scadenze tra usurato e usuraio”.

Numerose le inchieste che, con tempi di intercettazione così stringenti, non sarebbero giunte agli stessi risultati. Qualche esempio. L’indagine sul Mose, il progetto architettonico per separare la laguna di Venezia dalle acque del mar Adriatico in vista di possibili allagamenti, definita da alcuni “la nuova Tangentopoli d’Italia”, che ha visto trentacinque arresti e decine di indagati per corruzione, frode fiscale e finanziamento illecito ai partiti. Oppure l’inchiesta che ha coinvolto Giovanni Toti, ex presidente della Regione Liguria, finito nei guai per vicende di corruzione impropria e finanziamento illecito.

La preoccupazione maggiore la manifestano i magistrati che si occupano di pubblica amministrazione. “Non ci sarebbe stata l’inchiesta sul nuovo stadio della Roma che ha coinvolto numerose figure politiche e imprenditoriali”, riflettono i bene informati.

Sempre nella Capitale, lo scorso giugno, in un’indagine di riciclaggio è stato effettuato il più grande sequestro in Italia di criptovalute. E Franco Lee, star di Instagram, che in tre anni aveva movimentato quasi 9 milioni tra Bitcoin, Usdt, Ethereum e Matic, per pulire i soldi della criminalità, era finito in cella. Le intercettazioni erano durate mesi.

Il procuratore capo di Perugia Raffaele Cantone offre una riflessione: “È impossibile predeterminare ab origine la durata delle intercettazioni”. Il magistrato non è preoccupato per le inchieste che riguardano la pubblica amministrazione e spiega: “La norma non ha incidenza sui reati della pubblica amministrazione perché anche su quelli si applica la norma in materia di criminalità organizzata”. A lasciarlo perplesso, semmai, è l’incidente sulle indagini sulla criminalità comune. Ad esempio quelle sui furti. “Non è una norma né utile né corretta, ma pone più ostacoli”.

A chi sostiene che le intercettazioni siano un’invasione della privacy, aveva risposto l’ex procuratore capo di Torino Armando Spataro in un intervento in commissione giustizia nei mesi scorsi. Ricordando che dei limiti temporali sono già previsti (18 mesi in via ordinaria e un anno per i reati più gravi) e che già la riforma Orlando nel 2017 aveva assicurato “la doverosa riservatezza su ciò che è inutilizzabile o irrilevante” e che riguarda la vita privata delle persone.