Il Dubbio, 3 giugno 2026
Parlamento e Consiglio europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio per rivoluzionare la politica dei rimpatri dell’Unione. Il nuovo regolamento introduce tre pilastri fondamentali: l’istituzione di centri di rimpatrio (return hub) in Paesi terzi, la creazione di un ordine di rimpatrio europeo e il prolungamento della detenzione amministrativa per i migranti irregolari fino a un massimo di 30 mesi. La misura prevede l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio europeo a seguito di una decisione nazionale, con l’inserimento del provvedimento nel sistema d’informazione Schengen per renderlo valido in tutta l’area. Il trattenimento dei cittadini extracomunitari scatterà sulla base di valutazioni individuali legate al pericolo di fuga, alla mancata collaborazione o a rischi per la sicurezza nazionale. La detenzione ordinaria negli Stati membri potrà durare fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei in presenza di nuove circostanze, e come misura di ultima istanza potrà applicarsi anche a famiglie con minori. In alternativa al centro di permanenza, le autorità potranno imporre obblighi di residenza, monitoraggio elettronico o garanzie finanziarie. Tra le misure più severe, spicca anche la facoltà per le autorità nazionali di perquisire le abitazioni degli irregolari senza necessità di autorizzazione giudiziaria.
Una delle novità più rilevanti riguarda la gestione dei return hub extra-Ue, ispirati al modello dei centri in Albania. A differenza della gestione italiana, il nuovo accordo europeo prevede che sia lo stesso Paese terzo ospitante a occuparsi della gestione della struttura. Questi patti esterni potranno essere siglati esclusivamente con Stati che rispettino i diritti umani e il principio di non respingimento, previa notifica alla Commissione europea. Per quanto riguarda le tempistiche, diverse disposizioni chiave come i centri di rimpatrio e la valutazione dell’età dei minori entreranno in vigore immediatamente, mentre le norme che richiedono passaggi preparatori slitteranno di un anno.
Il provvedimento ha immediatamente spaccato la politica italiana. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha promosso l’accordo parlando di un percorso negoziale lungo e complesso. “L’Italia ha sostenuto con convinzione questo provvedimento - ha spiegato - consapevole che una politica migratoria europea equilibrata non può prescindere da norme chiare ed efficaci sui rimpatri. È un passo avanti significativo verso una gestione del fenomeno migratorio che sia sostenibile per tutti”. Di parere opposto il Partito democratico, che per bocca degli eurodeputati Cecilia Strada e Nicola Zingaretti contesta duramente la riforma, definendola “un fallimento normativo che non solo calpesta i diritti fondamentali, ma minerà l’efficienza stessa del sistema, generando un inevitabile caos e un blocco dei tribunali in tutta Europa”. Secondo i dem, la coesistenza asimmetrica di vecchie e nuove norme costringerà i giudici “a districarsi in un labirinto di norme contraddittorie, provocando un ingolfamento inevitabile dei tribunali”. Critiche pesanti vengono rivolte anche all’estensione dei tempi di detenzione e alle perquisizioni senza il filtro della magistratura, ricordando che “parliamo di persone che non hanno commesso alcun reato”.










