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di Enzo Risso*

Il Domani, 2 marzo 2025

La preoccupazione per la criminalità e la violenza è salita al primo posto dell’agenda dell’opinione pubblica globale, affiancando l’inflazione. Per gli italiani è al secondo posto, subito dopo il tema del lavoro. A livello globale la preoccupazione per la criminalità e la violenza è salita al primo posto dell’agenda dell’opinione pubblica, affiancando l’inflazione. Per gli italiani è al secondo posto, subito dopo il tema del lavoro. I paesi in cui il problema è al calor bianco il Cile (67 per cento) e il Perù (66). Seguiti a ruota un paese nordico, come la Svezia, in cui l’apprensione per la violenza è manifestata dal 65 per cento dell’opinione pubblica.

A livelli molto alti troviamo messicani (59), sudafricani (52), argentini (49) e colombiani (42). Oltre al caso eclatante della Svezia (che ha registrato una crescita dell’apprensione per la violenza dell’8 per cento nell’ultimo anno), troviamo la Francia (38 per cento), con una crescita del 12 per cento negli ultimi dodici mesi; la Germania (36 per cento), con una lievitazione del tema di ben 16 punti; l’Italia (31 per cento), con un incremento di 6 punti e la Gran Bretagna (29 per cento), con un balzo di 8 punti. In fondo alla classifica ci sono Singapore e l’Ungheria (7 per cento), la Polonia (10), la Corea del Sud (14), la Spagna (18) e il Canada (19). Sono i dati rilevati da Ipsos global advisor nella sua indagine mensile su 29 paesi (Ipsos what worries the world survey).

L’agenda delle apprensioni - Negli Stati Uniti il livello di tensione è al 28 per cento con un aumento di 2 punti negli ultimi 12 mesi, mentre in Giappone si registra un incremento di ben 11 punti nell’ultimo anno, che porta il tema al 24 per cento. Focalizzando l’attenzione sull’Italia, possiamo osservare che l’agenda delle apprensioni colloca al primo posto, da anni ormai, il tema del lavoro (34 per cento), seguito dall’ansia indotta dalla violenza quotidiana nei quartieri (31), dalle tasse (27), dalle preoccupazioni generate da inflazione e crescita delle povertà (entrambe al 26 per cento).

Seguono l’immigrazione (21), il tema dei cambiamenti climatici (18), la corruzione (12), le guerre e il declino morale del paese (entrambi al 10 per cento) e la scuola (9 per cento). Se osserviamo i dati relativi alla qualità della vita percepita nel proprio quartiere e i fattori che creano disagio e paura, troviamo al primo posto i furti in casa (50 per cento); la presenza di rifiuti e spazzatura per strada e il susseguirsi di scippi, furti d’auto e danneggiamenti vari (tutti al 41 per cento); lo spaccio di droga e stupefacenti (40); l’agire della criminalità (38); la presenza di immigrati (37) e l’azione delle bande giovanili (32).

Trasformazioni sociali e culturali - Ad accrescere la sensazione di un aumento generalizzato della violenza nella nostra società (il 73 per cento degli italiani afferma che oggi viviamo in una realtà più violenta rispetto al passato) sono diversi fattori avvertiti in aumento: i femminicidi (in crescita per il 56 per cento dell’opinione pubblica); i fenomeni di violenza gratuita e per futili motivi tra le persone (in aumento per il 33 per cento); la violenza nelle scuole e il bullismo (in ampliamento per il 41 per cento); la violenza intergenerazionale, dei giovani verso gli anziani (in aumento per il 25 per cento); le forme di violenza psicologica, specie all’interno delle famiglie (in crescita per il 35 per cento) e infine, le aggressioni verso il personale sanitario e scolastico (in ampliamento per il 28 per cento degli italiani). L’aumento dell’apprensione per la violenza e la criminalità nei diversi paesi europei non è solo il risultato di dati oggettivi (in Svezia, ad esempio, il tasso di crimini con armi da fuoco è tra i più alti d’Europa, con una media di una sparatoria al giorno per ogni 10 milioni di abitanti), ma è anche il portato lungo di trasformazioni sociali e culturali più ampie.

La globalizzazione e l’aumento dell’incertezza esistenziale; la mediatizzazione della paura; l’aumento della povertà e delle disuguaglianze sociali; la cultura narcisistica della ricchezza facile; la narrazione mediatica che amplifica determinati fatti generando un senso di accerchiamento delinquenziale quotidiano; la crisi delle istituzioni, delle forme di rappresentanza e partecipazione civica; le tensioni legate alle migrazioni e la loro securitizzazione; l’iper-individualismo e le forme di isolamento che alimentano la rottura dei legami sociali: sono tutti fattori che contribuiscono alla crescita della sensazione di incertezza e violenza.

Elementi che spingono l’opinione pubblica pericolosamente verso una cultura del controllo (che enfatizza, come dice Garland, le sanzioni penali e il ruolo punitivo della giustizia); che alimentano una dimensione di insicurezza ontologica (per dirla con Giddens) e di distopia quotidiana, che non affrontano alla radice i problemi della sicurezza, ma alimentano la ricerca di soluzioni semplificatorie a un tema che ha profonde radici sociali, legate alla rapida evoluzione delle società contemporanee.

*Analista delle dinamiche valoriali, politiche, sociali e comunicative