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di Gabriele Vecchione

Il Domani, 30 luglio 2026

A oggi in Italia vi sono 1978 detenuti (di cui 104 donne) iscritti a 55 atenei: dal 2018 il numero degli universitari in carcere è quasi triplicato. Nel 2025 si sono celebrate 50 lauree triennali e sette magistrali. Ma questi numeri non colgono quanto anche solo pochi esami possono fare una differenza positiva, come racconta una ospite di Rebibbia iscritta alla Sapienza. A partire dalla seconda lettera che mi ha scritto, R., “ospite di Rebibbia femminile”, mette sempre un cuore sotto la sua firma. È una delle studentesse dei 125mila circa che mi sono affidati come cappellano della Sapienza. R. ha 70 anni e so che negli ultimi giorni di luglio stava preparando Cinema 2.

Mi ha scritto per la prima volta il 1° gennaio scorso, ringraziandomi per aver partecipato a una trasmissione di RaiNews24, durante la quale avevo parlato della dura condizione degli universitari in carcere. In quella lettera scriveva: “Studio nonostante le tante difficoltà, trincerate dietro la dicitura ordine e sicurezza, che ci impedisce di avere materiale di cancelleria come evidenziatori, bianchetto, cartelline e contenitori ad anelli e anche chiavette usb su cui poter seguire lezioni sui pc della biblioteca che sono nuovissimi e inutilizzati”.

Stando al rapporto 2026 del Cnupp (Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari), che sarà ufficialmente presentato nel prossimo autunno, a oggi in Italia vi sono 1978 detenuti (di cui 104 donne) iscritti a 55 università. Di costoro 1744 sono iscritti a una laurea triennale e il 16 per cento ha più di 60 anni. Si tratta spesso non di giovani (gli universitari detenuti compresi tra i 18 e i 24 anni sono appena l’1,5 per cento, tra i 25 e i 30 il 7,4 per cento), ma di padri, madri, nonni che, di fronte al loro fallimento, si impegnano per lasciare una testimonianza di riscatto ai loro cari. Dal 2018 il numero degli universitari in carcere è quasi triplicato. Nel 2025 si sono celebrate 50 lauree triennali e sette magistrali.

Nell’ottobre 2025 un detenuto ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca. L’ergastolo e la laurea: “L’università in carcere è come una rivoluzione” Studiare “dentro” In realtà questi numeri, come evidenzia il rapporto citato, non colgono che “anche pochi esami, talvolta anche un solo esame, può segnare in senso positivo i percorsi di vita nell’esecuzione penale”. Uno dei più grandi fallimenti della struttura carceraria è formare persone che imparano “a farsi il carcere”, come la detenzione fosse un gagliardetto da esporre, una soft skill di un curriculum criminoso. L’università in carcere è resistenza.

E chiaramente è un diritto, come sanciscono l’art. 27 della Costituzione sulla rieducazione dei condannati e l’art. 34 che attribuisce all’istruzione un valore da garantire a tutti. Lamentandosi del fatto che non mi sia ancora stata concessa l’autorizzazione per andare a visitarla, R. mi scrive in una lettera: “Purtroppo qui i tempi sono biblici”. L’università, rispetto al sovraffollamento (media del 140 per cento della capienza), al tema dei suicidi (82 nel 2025), ai trattamenti inumani (30mila ricorsi ammessi dai Tribunali di sorveglianza nel periodo 2018-2024), pare un hobby. Gran parte degli atenei coinvolti nell’istruzione universitaria esenta gli studenti dal pagamento delle tasse universitarie, ma nel complesso l’istituzione pubblica è lenta nel garantire l’effettività dei diritti costituzionalmente sanciti.

Gli studenti vengono trasferiti da un penitenziario a un altro senza comunicare all’università la loro destinazione. Spesso risulta impossibile utilizzare le connessioni digitali e non viene garantita la compresenza dei circuiti di alta e media sicurezza in occasione di attività didattiche. L’84 per cento degli istituti penitenziari con più di dieci iscritti è privo di spazi dedicati allo studio e non in tutte le sedi è consentito portare in cella materiale di studio. Il mondo di dentro e il mondo di fuori dovrebbero essere più permeabili, sia nel permettere ai tutor di accedere con più agio dentro il carcere sia nel garantire la tele-didattica.

Ci si lamenta, probabilmente a buona ragione, che le carceri siano pieni di smartphone, ma si acconsente che uno studente che abbia preparato Diritto privato, per esempio, non abbia nessun device a disposizione per svolgere l’esame da remoto. Isolamento e suicidi, con la destra il carcere è sempre più infernale Rimozione collettiva Il carcere resta un macroscopico esempio di rimozione collettiva, un buco nero in cui gettare l’ombra della società. Si vuole un carcere di rigore, si vogliono più minori in carcere perché reprimere è più veloce ed economico che educare e garantire politiche di sostegno alle famiglie e prassi che contrastino la dispersione scolastica, si vuole facilitare il passaggio dei giovani adulti che sono al minorile nelle patrie galere.

È una psico-politica, dominata da un inconscio rudimentale, da un’incontinenza emotiva e dunque preriflessiva che non sa interrogarsi sui fenomeni della devianza e delle dipendenze e sa solo invocare strette repressive. Nel Vangelo leggiamo la simmetria tra il Signore e i detenuti: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 36). Anche se i tempi saranno biblici, noi continueremo a credere che un uomo e una donna, qualunque cosa abbia fatto, possa sempre risorgere. R. mi scrive che ha tre libri sul comodino. Sta leggendo “Leggende e fiabe” di Herman Hesse, Col sorriso negli occhi di Martina Cardillo e Armadio di famiglia di Gianni Denaro. Me li procurerò anch’io, così da sentirla vicina. Buona estate a lei a tutti gli universitari in carcere. “Una domanda da Rebibbia: e voi, come state?”