di Marta Occhipinti
L’Espresso, 3 gennaio 2025
In Italia aumentano i detenuti iscritti a corsi di laurea. Anche in modalità mista, universitari e ristretti insieme. Tra mille difficoltà, resta la via maestra per rieducare e ridare speranza. Palermo, carcere Ucciardone. Alì, origini libiche, ha una condanna in via definitiva a trent’anni perché accusato di essere uno scafista. Eppure, nel suo Paese era un promettente studente di Ingegneria, oltre che un famoso calciatore. Alto, giovane, è entrato in carcere a 19 anni, ma il suo sogno di riscatto, spezzato da un processo sommario, ha resistito nei testi scolastici che ha studiato per ricominciare da capo. Prima la terza media, poi il diploma: Alì ha imparato l’italiano in carcere. E oggi è uno dei 22 studenti ristretti dell’Università di Palermo. Ha scelto di studiare Scienze politiche e delle relazioni internazionali: ma per lui non ci sono corsi curriculari dedicati.
Sarà seguito da un tutor e poche settimane fa ha ricevuto il suo primo libro di Storia delle istituzioni politiche. Francesco, detenuto ultrasessantenne, sempre all’Ucciardone, ha una inedia del 30 al corso di laurea in Studi globali. Dopo quasi dieci anni di detenzione (e altrettanti ancora da scontare) ha ottenuto il suo primo permesso per poter raccontare in un’aula del rettorato la sua prima esperienza all’interno di una classe mista, di ristretti e studenti.
“Sono tornato a scuola e mi sento un ragazzino - ha detto - questo seminario è proprio una figata, è stato il mio ritorno alla normalità”. Sono bastate ventisette ore, nell’ambito di un ciclo di incontri per le competenze trasversali sul tema della costruzione dell’identità, aperto per la prima volta da un ateneo siciliano a detenuti e universitari, per accendere in Francesco e nei volti di altri otto ristretti di media sicurezza un’espressione di timida speranza: che non sia davvero tutto finito. Il diritto allo studio in carcere, in Italia, è ancora un diritto a metà, a fronte di un aumento di 250 nuovi iscritti in un anno.
Secondo l’ultimo monitoraggio della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari, a oggi sono 1.707 gli studenti ristretti, iscritti in 40 atenei italiani aderenti al Cnupp: 71 sono le donne, ovvero il 4,2 per cento, 177 gli stranieri, provenienti prevalentemente da Albania e Marocco. La fascia d’età principale è quella che va dai 36 anni agli over 60. Un’utenza fragile al centro del difficile dialogo burocratico tra dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e università: le principali problematiche sono la mancanza del riconoscimento delle ore di didattica ai docenti che decidono di dedicare parte del loro monte ore annuale all’insegnamento in carcere, assieme alla carenza di cablaggi negli istituti di pena per il collegamento a Internet necessario per le procedure di iscrizione e convalida degli esami. O più banalmente per seguire il corso di una materia.
A oggi, un miraggio che avviene in pochissimi atenei da Roma in su e in Sardegna. Quanto al sistema di gestione dei circuiti di sicurezza, se circa il 37 per cento dei detenuti studenti è collocato nei tre livelli di alta sicurezza, è impossibile creare delle classi miste, per cui i docenti impegnano il triplo del tempo, dividendosi, quando è concesso, in più giorni alla settimana. “Amo studiare. Non è facile ricominciare da capo. Ma il tempo è a mio favore”. Abdelkrim, marocchino, 50 anni, una pena ultradecennale, nel libro-testimonianza pubblicato sui seminari seguiti a Palermo ha scritto: “È vero che i nostri livelli sono diversi - rivolgendosi agli studenti - ma c’è la grinta di tendervi la mano per saperne di più”.
L’ateneo di Palermo - che quest’anno ha visto laurearsi il suo primo studente ristretto in Urbanistica - ha attivato, in via sperimentale nelle due carceri dell’Ucciardone e di Pagliarelli, il corso misto in presenza in carcere, rivolto a venti studenti, ristretti e no, con 12 docenti di diversi dipartimenti. Su otto ristretti al Pagliarelli solo due iscritti al polo universitario penitenziario hanno potuto partecipare al corso misto: gli altri, in massima sicurezza, non hanno potuto accedere a corsi con studenti esterni. Il modello Palermo guarda ad altri atenei: alla Statale di Milano, prima università italiana per numero di studenti ristretti (166 e 50 laureati in nove anni), dal 2016 si tengono oltre una decina di corsi e seminari l’anno, in presenza e online, per studenti e ristretti dei diversi regimi detentivi.
A Bollate ci sono corsi solo per donne. Milano, a differenza di Palermo, ha ottenuto il riconoscimento delle ore di didattica in carcere: come Parma, Roma e Catanzaro, dove l’insegnamento ai detenuti non viene considerato volontariato. A Catanzaro, carcere di Siano, durante la pandemia venne persino inaugurato il primo corso misto a distanza per tredici studenti collegati da casa con ristretti, quasi tutti ergastolani.
Tema: la sociologia della devianza. L’Università di Catanzaro è stata la prima ad avviare la figura dei tutor pari interni, ovvero figure di accompagnamento per studenti ristretti iscritti ai corsi di laurea anch’esse detenute. Due dei più bravi sono Salvatore Curatolo, 65 anni, capomafia di Caltanissetta, ergastolano, una laurea in Sociologia dopo dodici anni di 41bis, e Sergio Ferraro, ex dei casalesi, da 23 anni in carcere. “Le storie di successo sono il risultato di fortunate coincidenze - racconta Charlie Barnao, ex docente di Sociologia a Catanzaro - un direttore illuminato e la disponibilità di spazi, innanzitutto. Il carcere resta un sistema di punizione e tortura. Lo studio salva chi vuole salvarsi”.
Come Catello Romano, originario di Castellammare di Stabia; nella sua tesi di laurea, una forma di autobiografia criminale, ha confessato tre omicidi: ora la tesi è stata acquisita dalla Procura di Napoli. Dopo questa vicenda, riportata a tutta pagina da “El Pais”, l’ateneo di Catanzaro ha ricevuto richieste di iscrizioni ai corsi di laurea e ai seminari da parte di istituti penitenziari della Pennsylvania. Ad attrarre gli americani, l’idea dello studio come metodo rieducativo e di riduzione della pena.









