dire.it, 1 novembre 2024
È stato pubblicato su Current Psychology di Springer Nature, un recente studio tutto italiano che esplora le complesse associazioni tra attaccamento, empatia, orientamento al futuro e resilienza in un campione di donne detenute in Italia. Intitolato “Association between attachment dimensions and empathy with future orientation and resilience in a sample of women in detention: a multicenter study” l’articolo mostra le evidenze della ricerca condotta in quattro strutture carcerarie italiane, evidenziando come le dinamiche affettive e relazionali influenzino le capacità di adattamento e crescita psicologica di queste donne. Lo studio è stato condotto con il supporto del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), e realizzato all’interno di queste quattro strutture penitenziarie italiane: la Casa di reclusione femminile di Venezia-Giudecca, la Casa circondariale femminile di Pozzuoli, la Casa circondariale Rebibbia femminile di Roma, e la Casa circondariale San Vittore - Francesco Di Cataldo di Milano. Questa collaborazione ha permesso di raccogliere dati preziosi sul desiderio di futuro, sulle dinamiche affettive e sui modelli relazionali delle donne detenute nel contesto italiano e quindi anche sulla vita una volta scontata la pena. Come si torna al mondo?
L’ambiente carcerario, di per sé sfidante e spesso destabilizzante, pone le detenute di fronte a situazioni di isolamento e alienazione. Eppure, molte di queste donne- questo emerge dalla ricerca- riescono a dimostrare una notevole capacità di resilienza. Questo studio ha esaminato come l’attaccamento e l’empatia, elementi chiave delle relazioni umane, contribuiscano a rafforzare la capacità di pianificare il futuro e di rispondere positivamente alle avversità.
Emanuele Caroppo, psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma 2, coordinatore del gruppo di ricerca e co-autore dell’articolo, ha dichiarato: “La nostra ricerca ha mostrato come il modo in cui le donne detenute stabiliscono legami affettivi possa influenzare la loro resilienza e la loro capacità di guardare al futuro. Questo è un passo fondamentale per costruire programmi di supporto che rispondano alle reali necessità emotive e psicologiche di queste persone, aiutandole nel percorso di reinserimento sociale.”
L’empatia, intesa come la capacità di comprendere e condividere le emozioni degli altri, è stata evidenziata come un fattore determinante per la resilienza. “Abbiamo potuto osservare che chi dimostra una maggiore capacità empatica tende a sviluppare un orientamento al futuro più positivo”, ha spiegato Carlo Lai, Professore del Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica e co-autore dell’articolo. “Questo ci permette di strutturare interventi psicologici che sostengano le detenute nella costruzione di un progetto di vita”.
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha supportato il progetto, sottolineando l’importanza della collaborazione con istituzioni accademiche e sanitarie per affrontare le sfide del recupero sociale. Carla Ciavarella, già Direttore Responsabile dell’Ufficio di Coordinamento della Cooperazione Interistituzionale del DAP, che ha fortemente voluto la ricerca, ha affermato: “Per il DAP, collaborare con università, enti di ricerca e istituzioni sanitarie è essenziale. Questa sinergia tra competenze scientifiche, cliniche e professionali non solo arricchisce la comprensione delle persone detenute, ma rafforza anche l’impegno dell’amministrazione penitenziaria a offrire reali opportunità di recupero sociale”.
I risultati dello studio suggeriscono che programmi di supporto psicologico mirati, che favoriscano l’empatia e la sicurezza dell’attaccamento, possano aiutare le detenute a sviluppare una visione più positiva del loro futuro. “Siamo convinti- ha concluso Emanuele Caroppo- che una comprensione più profonda delle dimensioni dell’attaccamento e dell’empatia possa fare la differenza per costruire programmi di supporto che promuovano un recupero autentico e duraturo”.
Questo studio rappresenta un passo avanti per il sistema penitenziario italiano, dimostrando l’importanza di un approccio olistico e di strategie mirate a rispondere alle esigenze psicologiche delle detenute. Attraverso la promozione di resilienza e orientamento al futuro- questa la sfida che emerge dalla ricerca- è possibile immaginare percorsi di reintegrazione sociale che abbiano un impatto duraturo, riducendo i tassi di recidiva e favorendo un reale recupero.










