di Federico Capurso
La Stampa, 7 novembre 2024
Il vicepresidente del CSM conferma: “Mattarella era stato avvisato della visita”. Ma con il Capo dello Stato non erano stati concordati i temi da discutere. Proprio non se ne capacita, Giorgia Meloni. Osserva le reazioni innescate dal suo incontro, lunedì scorso, con il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli e discutendo con i suoi fedelissimi si dice più volte sorpresa. Non si aspettava questo clamore intorno a una visita istituzionale, ma è soprattutto “stupita” dell’irritazione lasciata trapelare con tanta forza dal Colle. Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, era stato avvertito dell’appuntamento a Palazzo Chigi. Lo sottolinea nuovamente Pinelli ieri mattina: “Avevamo informato la presidenza della Repubblica”. Ed è la verità, come è vero allo stesso modo che la comunicazione sia arrivata con un certo ritardo, quasi a ridosso dell’incontro. Non è questo, però, il tema sollevato dal Quirinale, quanto piuttosto il fatto che Pinelli non abbia affatto concordato con Sergio Mattarella, che del Csm è il presidente, i temi di discussione che avrebbe poi affrontato con la premier. Uno sgarbo istituzionale. E mai come in questi casi, la forma è sostanza. Specie in un momento così delicato, in cui preoccupa il deterioramento dei rapporti tra il governo e il potere giudiziario.
Pinelli prova ora a ricucire uno strappo che si era allargato al Csm stesso, all’interno del quale 13 consiglieri togati e 1 laico gli avevano chiesto conto, e con una certa urgenza, dei contenuti di quell’incontro. Pinelli sostiene, attraverso fonti a lui vicine, che a Palazzo Chigi la presidente del Consiglio gli abbia espresso “la sua fiducia nella magistratura” e che lei non sarebbe “in alcun modo interessata alle polemiche”. È una prima risposta (ovviamente non esaustiva, essendo stato un incontro durato più di 5 minuti) ma che mira a rasserenare il clima. Come dimostra anche la mail che Pinelli invia ai 14 consiglieri del Csm, dicendosi “disponibile a un incontro per parlarne”. Non dunque in occasione del prossimo Plenum, come proposto dai consiglieri, in una seduta pubblica, ma riservatamente. Cerca di gettare acqua sul fuoco anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Credo sia perfettamente normale che vi sia questa interlocuzione che non vulnera nessuna prassi o legge dello Stato”, sostiene arrivando al Salone della Giustizia a Roma. Lui stesso ha incontrato il vicepresidente del Csm il giorno seguente all’appuntamento con Meloni: “L’interlocuzione è periodica che abbiamo con Pinelli, con il Csm, con il Consiglio nazionale forense e altre associazioni”, dice il Guardasigilli, che cita quindi il motivo di questi incontri: “Le riforme sull’intelligenza artificiale e sulle modalità con cui essa può intervenire nell’organizzazione della giustizia”.
Appare quantomeno difficile, però, che con Meloni il discorso abbia toccato certi tecnicismi. E se le interlocuzioni con il ministro della Giustizia sono forse usuali, l’ex Guardasigilli Andrea Orlando, del Pd, fa notare l’irritualità degli incontri tra un premier e il vicepresidente del Csm: “Sono una prassi così costante e diffusa che un giornale di destra, per smentirmi, cita ben due precedenti, uno del 2006 e l’altro degli anni ’80”, dice sarcastico. E pungola Palazzo Chigi: “Che si sono detti Meloni e Pinelli?”. Vorrebbe saperlo anche l’Associazione nazionale magistrati: “Hanno detto è stato un incontro alla luce del sole e la luce del sole potrebbe illuminarne anche i contenuti. Che almeno lo sappia non solo il Consiglio, ma tutta la magistratura e il Paese intero”.











