di Oriana Liso
La Repubblica, 25 agosto 2022
“Io leggevo e non capivo perché. Perché alcuni giornali raccontavano la storia che mi riguardava, la violenza che avevo subito, con dettagli e descrizioni circostanziate? Che bisogno avevano di farlo? Ci stavo male io, perché riguardava me, e pensavo alla mia famiglia, a mio padre che dovevano leggere particolari che avrei preferito non sapessero, già così era troppo”.
Sono passati tanti anni, era il 2005 quando è successo e queste parole hanno almeno dieci anni: una ragazza, 22 anni soltanto, era stata violentata da un branco vicino casa sua, a Milano. Lei era con un amico, chiacchieravano in macchina quando erano stati aggrediti, lei violata brutalmente. Aveva denunciato tutto, con la lucidità della disperazione che aveva messo in fila facce, abiti, particolari, tanto che il branco era stato arrestato. Caterina, l’ho sempre chiamata così sul giornale in tutti questi anni, una volta mi aveva chiesto proprio questo: perché i giornali - certo, alcuni giornali, alcuni giornalisti - mi hanno fatto passare anche questo?
Ho pensato alle parole di Caterina nella nuova gogna social. Che no, non è per lo stupratore, e direi quasi magari: ma è per una donna che a Piacenza è stata vittima di una violenza sessuale per strada. Esposta, espostissima, anche alla telecamera di un cellulare: ed è quel video, prima con una ripresa non pixelata e poi con la sua voce riconoscibile, che la leader del partito che si candida a governare l’Italia ha condiviso, dopo però che un quotidiano lo aveva fatto.
Giorgia Meloni ha detto di non essere pentita di averlo condiviso, precisando che la vittima non era riconoscibile - lo era, lo era - ma per il giornale che per primo ha messo online quel video visto e condiviso da tanti? Vale il diritto di cronaca, sempre e comunque? E qual è il diritto di una donna violentata che sente la sua voce mentre implora pietà e sa che il vicino di casa, la collega al lavoro, un padre o un marito può sentire quelle parole, quelle preghiere? La vittima, sappiamo, è di origini ucraine, straniera come il suo aggressore, che è nordafricano: possiamo dirlo che se la donna fosse stata italiana forse ci sarebbe stato qualche scrupolo in più nel pubblicare quel video con l’audio così chiaro? E possiamo dire che per una volta sarebbe cosa buona e giusta se non solo la procura - che ha aperto un’inchiesta sulla diffusione di quel video - prendesse provvedimenti? Non so se la donna vittima di questa storia ringrazierà, sicuramente non è la sua priorità: ma noi donne, tutte per una volta, dovremmo ringraziare in quel caso. Perché al posto di quella donna potremmo esserci noi.
I numeri dell’aborto in Italia - Il numero fa impressione: quando - difficilmente possiamo usare il se - anche i cinque stati Usa avranno il via libera richiesto alle corti statali, una donna su tre tra i 15 e i 44 anni non potrà più abortire, neanche nel caso di malformazioni del feto o del rischio della sua stessa vita. Dopo che la Corte Suprema a fine giugno ha abolito la sentenza Roe versus Wade che quasi quarant’anni fa aveva reso legale l’interruzione di gravidanza, sono già 21 milioni le donne americane che nel loro stato non possono abortire. A meno, come racconta Massimo Basile qui, di non avere mezzi economici per andare in uno degli stati dove è ancora consentito. Un gap economico e ovviamente sociale: in stati del Sud come il Mississipi o l’Alabama, le donne afroamericane che finora ricorrevano all’interruzione di gravidanza erano in numero quattro volte superiore rispetto alle donne bianche. E i sondaggi dicono che la battaglia dei Democratici per evitare ulteriori restrizioni sul diritto all’aborto porta gradimento e popolarità: va cavalcata quindi, e qui siamo sul piano esclusivo del vantaggio elettorale.
Sul corpo delle donne si fa politica da sempre, non ci si scandalizza mica. E non dobbiamo andare lontano per saperlo. Gli ultimi dati certificati dal Sistema di sorveglianza epidemiologica sono quelli relativi al 2020: sono state 66.413 le interruzioni volontarie di gravidanza (con un tasso di abortività di 5,4 ogni mille donne tra i 15 e i 49 anni), il 9,3% in meno rispetto al 2019 (durante la pandemia era una delle prestazioni indifferibili per cui non è stato sospeso il servizio, anche se la difficoltà di spostamenti fuori casa potrebbe avere influito), confermando un trend in discesa e mantenendo l’Italia tra i paesi con un minor ricorso all’aborto volontario. Nel 1983 gli aborti registrati erano stati 243.801.
I fattori sono diversi: la prevenzione, la presenza di consultori e la contraccezione, anche di emergenza (con le pillole del giorno dopo), portano meno donne a dover chiedere l’Ivg. All’aborto farmacologico ha fatto ricorso il 35,1% delle donne, un valore in aumento rispetto all’aborto chirurgico.
Ma non vale per tutte. Nel 2020 il numero di aborti è diminuito in tutte le aree geografiche e in tutte le classi di età, con un aumento maggiore tra le ragazze minori di 18 anni: loro rappresentano il 2,4% di tutte le Ivg contro il 18,2% delle donne tra i 25 e i 34 anni. Le donne di origine straniera abortiscono meno di prima, ma sempre più delle altre, e anche qui la questione diventa politica e sociale: Le Ivg tra le donne straniere nel 2020 sono state il 28,5% del totale “mantenendo, per tutte le classi di età, tassi di abortività di circa 2-3 volte più elevati rispetto a quelli delle italiane”.
Certo, per abortire servono i medici, e quelli obiettori, per quanto in lieve calo nel 2020, restano la maggioranza: (64,6% dei ginecologi, 44,6% degli anestesisti e 36,2% del personale non medico) con ampie variazioni regionali per le tre categorie. Risultano disponibili 2,9 punti Ivg ogni 100mila donne in età fertile: le Regioni con il maggior carico di lavoro per i ginecologi non obiettori sono Molise, Puglia e Campania.
E le Marche? Eccoci qui, torniamo alla politica: nel 2021 la Regione guidata da Fratelli d’Italia si è opposta alla somministrazione della pillola Ru486 nei consultori, anche in quelli all’interno degli ospedali. Anche il Guardian qualche giorno fa, con una corrispondenza dall’Italia, ha raccontato del pericolo che il modello Marche diventi il modello Italia, se (quando?) dovesse vincere il centrodestra con FdI più votato. Chiara Ferragni in versione “dovremmo essere tutti femministi” ha postato una storia Instagram martedì sera, molto netta: “Facciamoci sentire a queste elezioni”, ha scritto, edulcorandola poi in una storia che ha sostituito la prima. “Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano”. Vedremo se follower ed elettori, questa volta, coincidono.










