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di Francesco Kento Carlo

treccani.it, 18 novembre 2024

La modernità liquida ha creato una categoria di individui che non servono più: i “rifiuti umani”. Essi vengono espulsi ai margini della società, relegati in spazi invisibili e spesso dimenticati. Tuttavia, anche nei margini si possono creare nuove forme di vita sociale, nuove culture e nuovi linguaggi che non solo danno senso a quelle vite “scartate”, ma sfidano la stessa nozione di scarto (Zygmunt Bauman, “Vite di scarto”). L’assìste, il cellante, la domandina… Quante parole si incontrano e si scoprono durante le prime ore in un penitenziario, quante sillabe si combinano in modo inconsueto. Ormai sono tanti anni che tengo laboratori di scrittura rap all’interno delle minorili, e non smetto di scoprire termini nuovi, o quantomeno usati in modo decisamente lontano dalle abitudini dei liberi.

Dopo un po’, arrivi a capire che, per i ragazzi, il gergo carcerario è, in un certo senso, un guscio di sicurezza, una (seppur minima) protezione alla quale raramente rinunciano. Alcune parole, ad esempio, vengono ribaltate: quelle negative diventano rivendicazione positiva. Con una dinamica forse paragonabile a quella con cui parte della cultura afroamericana ha fatto propria la n-word, i ragazzi dei miei laboratori rap si autodefiniscono spesso gli “scarti”, i “cattivi”, i “dimenticati”. E, pur se è evidente lo sberleffo in questo tipo di rivendicazione, chi la guarda con attenzione ne scopre anche uno scopo nascosto: quello di riaffermare la propria forza, la propria determinazione a farcela nonostante ci si senta, appunto, gli scartati e i dimenticati dalla nostra società. In un ambiente spesso teso e ostile, le parole si fanno identità, e servono a distinguersi dal mondo degli adulti, che siano educatori, insegnanti o autorità di qualsiasi tipo. Perfino i termini istituzionali del processo penale e della relativa burocrazia vengono ripresi e rimasticati in modo ironico, de-mitizzandoli e rendendoli così meno spaventosi.

Le sfumature del fratello - Allo stesso tempo, il linguaggio diventa strumento orizzontale con cui costruire rapporti di solidarietà e vicinanza con i compagni di pena. Frate, fra, bro, monfrè, frero, khoya: sei modi diversi (e ce ne sarebbe probabilmente un’altra decina) di dire la stessa parola, sei sfumature diverse e molto precise. Ci raccontano un codice contaminato dallo slang del Bronx, e successivamente transitato lungo tutto il bacino del Mediterraneo, raccogliendone gli accenti e i più specifici significati. Ricchezza, in un contesto del genere, è saper cogliere tutte queste sfumature. Capire che chiamare il compagno monfrè sia molto ma molto diverso dal dirgli bro, e come, magari, la prima espressione potrebbe sfociare in un abbraccio e la seconda in una rissa violenta.

E poi, ed è il punto focale del mio lavoro, c’è il rap. Forza espressiva dominante dei nostri decenni, catalizzatore di sogni e desideri, custode di segreti, malinconie e profondità a volte inaspettate. Il linguaggio del rap e il linguaggio carcerario sono così strettamente interconnessi che diventa difficile individuare dove inizia uno e dove finisce l’altro. È il rap che incoraggia per definizione la sperimentazione linguistica e comunicativa, è il rap che diventa, in questi contesti, strumento di una mediazione culturale orizzontale, che i ragazzi stessi, più o meno consapevolmente, applicano tra culture, lingue e provenienze geografiche (ma a volte anche sociali) differenti. Tramite il rap, chi è abbastanza sveglio riesce addirittura a imparare una lingua straniera molto diversa dalla propria lingua madre. Tramite il rap, molti riescono a sciogliere i propri gomitoli interiori tirando fuori dei complessi e meravigliosi tessuti di riflessione e spunti per il futuro.

Ed è qui, probabilmente, lo spunto più importante che abbiamo da raccogliere: il momento in cui il linguaggio dei ragazzi dietro le sbarre smette di essere strumento di identità esclusiva e si slancia verso l’adulto (educatore, insegnante, giudice, società civile…). Questo è l’istante in cui, se chi li segue è abbastanza bravo a coglierlo, il linguaggio diventa un ponte: non soltanto uno strumento di comunicazione intergenerazionale ma soprattutto un passo nel percorso che auspicabilmente, anche se non spesso, porta il giovane dal carcere all’inserimento nella società dei liberi.

L’associazione con cui lavoro più spesso, che ha il bellissimo nome di Crisi Come Opportunità, utilizza il principio del “presidio permanente” per le attività nelle carceri minorili: non andiamo a fare progetti rapidi e temporanei ma, dovunque sia possibile, cerchiamo di accompagnare quanto più a lungo questo tipo di percorso.

Da mio a nostro - Ciò che mi capita spesso è che proprio il ragazzo che sembra più indurito, più cinico, più adulto nella sua corazza di cinismo sia quello che, con una penna in mano, tira fuori i contenuti più maturi e profondi. A quel punto, se l’autore me lo consente, cerco sempre di far inserire i testi nel suo fascicolo, in modo che gli stessi possano essere letti sia dall’équipe che lo segue che dal giudice, il quale, magari, ne terrà conto durante la successiva valutazione. Più di una volta mi è successo che proprio i testi rap siano stati uno degli elementi che hanno consentito una valutazione positiva del percorso di un ragazzo, uno che a parole non riusciva ad esprimersi ma, tramite le rime, ha svelato il proprio rammarico per determinate scelte e la voglia di lasciarsele alle spalle. Certo, la soddisfazione lascia sempre un po’ di amaro in bocca quando penso a quanti altri adolescenti rinchiusi hanno la stessa interiorità, la stessa voglia di allontanarsi dalla vita di strada ma meno possibilità di esprimersi e nessun adulto disposto ad ascoltarli.

La realtà di tutti i giorni, sia ben chiaro, non è fatta di redenzione tramite il rap. I primi testi di quasi tutti i ragazzi parlano, spesso in temi entusiastici, di violenza, di sopraffazione nei confronti delle donne, di stili di vita improntati al più estremo consumismo ed edonismo.

Non dobbiamo ricadere nell’equivoco buonista di ignorare anche questa parte che non ci piace e in cui non ci riconosciamo. Anzi, questo tipo di scrittura è importante da due punti di vista. Il primo è che ci costringe ad affrontare la realtà in cui questi ragazzi crescono, e cioè il mondo che noialtri gli abbiamo consegnato e che, evidentemente, puzza di violenza, sessismo ed esaltazione della superficialità.

Il secondo è il potere, che non va mai sottovalutato, di mettere una penna in mano a un ragazzo che non l’ha mai presa, e invogliarlo a mettere sul foglio i suoi pensieri, anche quelli più banali e superficiali. Per adolescenti che non si sono mai sentiti ascoltati, anche sognare il successo personale e urlarlo ad alta voce dentro un microfono è già un enorme passo avanti rispetto al sentirsi nessuno e all’essere trattati come fossero nessuno. Un ragazzo che non ha mai imparato a dire “mio” non imparerà mai a dire “nostro”. Ed è in questa sfida, in questo passaggio difficile e importante, il senso più profondo del mio lavoro.