di Giacomo Costa
Corriere del Veneto, 11 giugno 2021
L'ambasciatore in Sudan, su input del ministro Di Maio, alza la voce con le massime autorità africane. "Inaccettabili condizioni di reclusione, subito gli arresti domiciliari". Caso Zennaro, il governo italiano protesta con il Sudan, è scontro diplomatico. Ormai sono passati i settanta giorni, eppure per Marco Zennaro la luce sembra ancora lontana. L'imprenditore veneziano arrestato in Sudan il 1 aprile è stato fatto rimbalzare tra le celle del carcere e quelle del commissariato, la promessa dei domicilari in albergo sembra sempre di più una semplice esca con cui calmare gli animi a Roma e, allora, proprio da Roma ieri si sono levate le voci di protesta del governo e della Farnesina: l'ambasciatore in Sudan Gianlugi Vassallo, su istruzioni del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si è rivolto alle massime autorità della repubblica africana per lamentare le "incaccettabili condizioni" in cui è rinchiuso il 46enne veneziano.
Vassallo ha anche evidenziato "l'esigenza di garantire il pieno rispetto dei diritti umani del detenuto": "Con l'occasione - specifica la Farnesina - l'ambasciatore ha ricordato alle autorità sudanesi la viva aspettativa da parte italiana di una rapida ed equa soluzione della vicenda giudiziaria e della controversia commerciale che ne è all'origine, che consenta di definire quanto prima la posizione del signor Zennaro". Il veneziano è accusato di truffa perché, dopo aver concordato la vendita di una partita di trasformatori elettrici con un mediatore locale, si è visto dichiarare quegli stessi strumenti "non conformi" sulla base di analisi di laboratorio che a suo parere sarebbero parziali, in quanto effettuate da una ditta a lui concorrente.
Da lì, Zennaro ha passato sessanta giorni in una cella di sicurezza del commissariato di Khartum, chiuso assieme ad altre trenta persone, con un solo bagno, nessun letto e una temperatura che oscillava tra i 45 e i 50 gradi; poi, quando sarebbe dovuto passare ai domiciliari, è stato invece trasferito nel carcere vero e proprio. Una situazione allarmante, ma comunque più "organizzata"; lì il 46enne è stato addirittura aiutato dagli altri carcerati: "Tutti i miei nuovi compagni mi hanno preso in cura - ha raccontato nei giorni scorsi l'imprenditore prigioniero - perché hanno detto che quando mi hanno guardato hanno visto un uomo morto". È durata poco, comunque: tempo una settimana e, con il pretesto di una nuova interrogazione del procuratore generale, l'imprenditore è stato fatto tornare in quell'incubo che era la cella di sicurezza. Un orizzonte temporale, in questo caso, non c'è: da Khartum non sono arrivati dettagli, di conseguenza la famiglia teme che i tempi della reclusione tornino a dilatarsi all'inverosimile. Già da maggio sarebbe dovuta bastare una firma su un fascio di documenti già preparati per far uscire Zennaro, una firma che per un motivo o per l'altro non è mai arrivata. La paura ora è che si replichi.
Ieri ha parlato anche il direttore generale per gli italiani all'estero, Luigi Vignali, già stato in missione a Khartum la scorsa settimana, che ha convocato alla Farnesina l'incaricato d'affari sudanese, per un altro passo di protesta a nome del governo italiano.











