di Andrea Priante
Corriere della Sera, 15 giugno 2021
Parla Cristiano, il padre dell'imprenditore veneziano liberato dopo 70 giorni di prigionia in Sudan: "Il ministro Di Maio lo riporti a casa. La frode? Carognata di un'altra azienda".
Merco Zennaro è libero, ma ancora bloccato in Sudan. L'imprenditore veneziano che dal primo aprile veniva rimbalzato da una prigione all'altra di Khartoum, lunedì mattina — su decisione di un giudice che ha accertato la consegna di 800mila euro come garanzia finanziaria — è finalmente stato trasferito in una stanza dell'hotel Acropole, lo stesso in cui alloggia suo padre Cristiano, che da oltre due mesi lotta come un leone per riportare a casa il figlio. "È mio papà il vero eroe di questa storia" ha ripetuto ieri Alvise Zennaro, il fratello di Marco. E Cristiano, 75 anni, per la prima volta da quando l'incubo è cominciato torna a sorridere. "Finalmente l'abbiamo tirato fuori da quella maledetta cella. C'era un'apertura sul soffitto dalla quale entrava il sole e un caldo tremendo, fino a 50 gradi. È stata dura", racconta il pensionato.
Come ci siete riusciti? "Ci sono state diverse persone che hanno collaborato alla fine di questo calvario. Serviva un sudanese che facesse da garante, e ci ha pensato il mio amico George Pagulatos, la cui famiglia di origini greche da tre generazioni gestisce l'hotel in cui alloggiamo. E poi negli ultimi giorni si è dato un gran daffare il sottosegretario agli Affari regionali Mohammed Yassin, che ha studiato a Padova e ha casa a Selvazzano Dentro. Lui rappresenta la nuova generazione dei politici sudanesi, persone perbene che sapranno risollevare le sorti del Paese. E poi ci hanno sostenuto padre Norberto, un prete comboniano, e il nostro ambasciatore Gianluigi Vassallo, sempre in contatto con il dg della Farnesina Luigi Vignali. E anche Giorgio Orsoni, l'ex sindaco di Venezia, che è anche lo zio della moglie di Marco".
Un lavoro di squadra. "Era l'unico modo perché mio figlio ne uscisse vivo. Ci sono stati momenti durissimi. All'inizio la Farnesina mi sconsigliava perfino di venire in Sudan, io ho risposto: "Ci vado, perché sono suo padre e voi fareste lo stesso per i vostri figli". E così sono venuto. I primi giorni sono stati terribili, mi rendevo conto di essermi cacciato in una situazione più grande di me. La notte dormivo col telefono sul comodino: suonava ed erano i messaggi audio che mi mandava Marco. Diceva: "Papà non ce la faccio più", erano come pugnalate. La mattina gli facevo consegnare dell'acqua da un tassista, mentre io andavo a trovarlo tutti i pomeriggi per portargli da mangiare. Nell'ultimo commissariato dov'è stato rinchiuso, potevo vederlo solo attraverso una grata. Era in uno stato pietoso. Quelle celle sanno di morte: per chiunque, specie per un europeo, è impossibile sopportare quelle temperature. Non so come Marco ne sia venuto fuori...".
Ora come sta? "È provato sia dal punto di vista psicologico che fisico: ha perso molti chili, le gambe faticano a reggerlo. E parla con voce bassissima che ogni tanto fatico a capire ciò che dice".
Cosa vi siete detti? "Per ottenere la scarcerazione, abbiamo fatto arrivare dall'Italia la somma necessaria, che speriamo di recuperare alla fine del processo. Il giudice ha verificato l'esistenza di questa garanzia e poi ha annunciato, in lingua araba: "Marco è libero". Noi siamo usciti e ci siamo abbracciati. Lui mi ha sussurrato: "Grazie papà"".
Poi di corsa in hotel. "Quando siamo arrivati all'albergo gli ho consigliato di farsi una doccia e di riposare. Lui per un attimo ha esitato. Mi ha risposto: "Ho paura che vengano a prendermi, cosa facciamo se mi riportano dentro?". Gli ho risposto di non preoccuparsi, che adesso ci pensa la Farnesina. Perché la verità è questa: io quello che potevo fare l'ho fatto, il futuro è nelle mani del ministero degli Esteri".
Cosa vorrebbe dire al ministro Luigi Di Maio? "Se ho voluto fare questa intervista è proprio perché sia chiara una cosa: il caso di Marco non è finito finché lui rimane bloccato in Sudan. Al ministro dico: vieni a prendere mio figlio, restituiscilo a sua moglie, ai bambini, e anche alla sua impresa e ai dipendenti che da marzo stanno andando avanti senza di lui".
E una volta a casa? "Intanto occorre chiarire la falsa accusa di aver fornito dei trasformatori difettati: quei pezzi sono perfetti, è stata solo una carognata orchestrata da un'azienda concorrente. Poi, ai responsabili di questo supplizio chiederò i danni. Devono pagare per tutte le sofferenze che hanno causato".
Cosa sta facendo in questo momento suo figlio? "È in camera. Ha telefonato alla sua famiglia, si è commosso. Ho prenotato il barbiere per domani. Intanto oggi abbiamo mangiato un piatto di pasta insieme e stasera lo trascino fuori, così si svaga un po'".
Dove andate? "Lo porto a mangiare il pollo alla brace. Qui vicino c'è un posticino fantastico: finché non ci vai, non puoi dire di sapere quant'è buono il pollo alla brace...".










