di Silvia Truzzi
Il Fatto Quotidiano, 30 dicembre 2024
Perdono, perdono, perdono. Papa Francesco è stato in visita a Rebibbia, dove ha aperto la seconda Porta Santa per il Giubileo. Ha pregato insieme ai carcerati e poi ha parlato con la stampa: “I detenuti sono persone buone, quando vengo qui la prima domanda che mi faccio è perché loro e non io, perché ognuno di noi può scivolare l’importante è non perdere la speranza, bisogna attaccarsi alla corda dell’ancora della speranza e aprire i cuori”. Si è aperto immediatamente un dibattito su amnistie e indulti, sul quale sorvoliamo, ed è stato (parecchio distrattamente) menzionato il record di suicidi in carcere che ha reso il 2024 l’annus horribilis del nostro sistema penitenziario.
Tra il chiacchiericcio inconcludente dei politici a cui dei carcerati non frega nulla (a parte quando hanno cognomi illustri o sono colleghi) si è levata l’imperdibile voce dell’euro-generale Vannacci che, intervistato da Affari italiani, ha voluto dare un prezioso consiglio al Pontefice: “La stessa speranza che il Santo Padre invoca per i carcerati servirebbe anelarla (sic) anche e soprattutto per le vittime della criminalità. Raramente, invece, una parola per le vittime della delinquenza. Ovvero per quelle persone che quei detenuti visitati oggi dal Papa hanno derubato, rapinato, ferito, violentato, abusato, ucciso…”.
È vero che ogni scusa è buona per far parlare di sé, ma non ci vuole un teologo per avere una nozione anche vaga del perdono o per sapere che sulla croce Gesù chiede, appunto, perdono per i propri carnefici… “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Sarebbe stato quanto meno bizzarro se il Papa avesse detto ai detenuti “siete degli infami, se soffrite sono fatti vostri”. Il Santo padre perdonerà sicuramente Vannacci per i suoi vaniloqui, ma noi - a quest’epoca dell’anno - abbiamo esaurito la pazienza per le sparate di Vannacci. Nel 2025 speriamo sia meno generoso di sé…
Egemonia inculturale. Vale la pena mettere in fila i dati che in sequenza sono arrivati nelle ultime settimane sul Belpaese degli asini. Secondo il rapporto annuale del Censis il 55% degli italiani non sa chi sia Giuseppe Mazzini (per il 19,3% un “parlamentare della prima repubblica”!!!); il 49,7% non sa indicare l’anno della Rivoluzione francese; per il 32,4% la Cappella Sistina è stata affrescata da Giotto o da Leonardo; per il 35% Eugenio Montale è stato un presidente del Consiglio degli Anni 50; per il 12,9% 7 per 8 “non fa necessariamente 56” (forse fa 78). Guardando i risultati dell’indagine Ocse-Pisa, poi, scopriamo che nel nostro disgraziato Paese un adulto su tre (tra i 16 e i 65 anni) capisce al massimo testi brevi e che è in grado di compiere solo operazioni semplici, con numeri interi o decimali, ma già davanti a una proporzione va in confusione.
Da ultimo, secondo la rilevazione dell’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori (dati Pepe Research), il 30% dei lettori legge in maniera frammentaria, qualche volta al mese se non qualche volta all’anno. Il tempo medio settimanale dedicato alla lettura si riduce a 2 ore e 47 minuti contro le 3 ore e 16 minuti del 2023 e le 3 ore e 32 minuti del 2022. Le disparità che emergono tra Nord e Sud, raccontate dai dati di NielsenIQ-GfK sul mercato del libro trade in Italia, sono drammatiche. Dei 79 milioni di libri smerciati tra gennaio e ottobre di quest’anno, il 35,8% è stato venduto nel Nord-Ovest, il 22,2% nel Nord-Est, il 22,7% al Centro, il 19,3% al Sud e Isole.
Avete sentito un qualche tipo di allarme da parte di ministri, leader politici e parlamentari?
No, e questo per il semplice motivo che gli analfabeti funzionali sono sudditi malleabili, le persone formate e informate sono cittadini consapevoli, più difficili da subornare con qualche slogan. Camerati e compagni: è inutile citare Gramsci ogni cinque minuti se una delle sue lezioni più importanti, l’emancipazione attraverso la cultura, viene così drammaticamente (e volontariamente) ignorata. Vi sgamano subito.










