sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Elisabetta Burla*


Ristretti Orizzonti, 2 maggio 2020

 

In questo periodo di emergenza sanitaria molte sono state le limitazioni imposte (anche) alle persone detenute tra queste, di non secondaria importanza, è l'impossibilità a frequentare i corsi formativi e i progetti realizzati dai volontari, progetti condivisi con la direzione degli Istituti e con l'area giuridico pedagogica, percorsi tutti che sono parte integrante del progetto di rieducazione del condannato e che permettono una crescita personale volta alla rivalutazione delle scelte che hanno portato alla commissione del reato.

Con importantissime ricadute sulla sicurezza sociale e in termini di diminuzione della recidiva.

Se l'Istituzione scolastica ha trovato lo spazio per poter riprendere - con non poche difficoltà - le lezioni da remoto non così accade per i corsi formativi finanziati dalle Regioni, anche con fondi europei (che andrebbero persi), e non così accade con i progetti pensati e realizzati dal volontariato, progetti che spesso incidono in modo importante e determinante sulla rivalutazione di un percorso di vita che ha portato al reato, che permette di maturare dei percorsi di crescita e di consapevolezza sul proprio ruolo all'interno della società e prima ancora all'interno della famiglia, permettendo alla persona di porre in essere un percorso di concreta e reale rivalutazione critica della propria azione permettendo e aumentando le possibilità di una più consapevole adesione ai percorsi formativi e ai progetti elaborati dai funzionari giuridico pedagogici.

I volontari, assieme ai familiari dei detenuti, sono state le prime persone "sacrificate" in nome della sicurezza sanitaria all'interno degli Istituti penitenziari ma, come sta accadendo per il resto del territorio, anche all'interno delle carceri è necessario pensare ad una fase 2.

Di massima importanza risulta quindi riaprire l'accesso anche ai volontari che attraverso il loro impegno realizzano progetti che costituiscono importanti percorsi di crescita personale.

Se da un lato risulta fondamentale rivedere il D.L. 25 marzo 2020 e i vari Dpcm, l'ultimo dei quali (26.04.20) all'art. 1 lett. k) dispone che "sono sospesi.... e le attività didattiche in presenza nelle scuole di ogni ordine e grado....sospensione delle attività delle scuole di ogni ordine e grado, nonché la frequenza delle attività scolastiche... nonché i corsi professionali e le attività formative svolte da altri enti pubblici, anche territoriali e locali e da soggetti privati, ferma in ogni caso la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza....." prevedendo che le attività formative, anche all'interno del carcere, possano proseguire esclusivamente da remoto anche con la finalità esplicitata, sempre all'art. 1 lett. k) del Dpcm 26.04.20, "al fine di mantenere il distanziamento sociale" previsione questa che non è certo, né può essere rispettata.

Dall'altro è un dato di fatto che le attività svolte dal volontariato non rientrano propriamente nell'ambito della citata norma costituendo - meglio - dei percorsi di rieducazione cui mira il fine ultimo della pena. Certamente dovranno essere previste delle corrette procedure di accesso al carcere a tutela dei volontari, degli operatori e dei detenuti tra cui l'utilizzo dei dispositivi individuali di protezione (mascherina, guanti e gel) illogica sarebbe la pretesa del rispetto del distanziamento sociale. È quindi necessario prevedere delle procedure adeguate e adottare delle disposizioni precise per garantire la ripresa degli accessi da parte dei volontari

 

*Garante dei diritti dei detenuti di Trieste