di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 17 maggio 2026
Rigidità di applicazione del reato di tortura, apertura a nuovi sperimenti nelle politiche migratorie tra cui rimpatri con meno tutele e costruzione di return hubs, la Dichiarazione adottata in Moldavia mette pressione sui giudici e colpisce i migranti. Aspettative confermate. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha adottato la Dichiarazione di Chişinău con la quale ridefinisce il rapporto tra diritti fondamentali della persona e politiche migratorie. Il documento conferma la tendenza già in corso da tempo, che punta a facilitare i rimpatri e le deportazioni anche attraverso la creazione dei cosiddetti return hubs in paesi terzi. Sebbene la dichiarazione non è vincolante ha una forte valenza politica.
Concede ampi margini in tema di espulsioni, sicurezza e gestione delle frontiere ai singoli stati. E per diverse Ong, il rischio è che si indebolisca l’intero sistema di protezione dei diritti umani. Nazione, confini, remigrazione. I mantra del lessico sovranista Il documento “Gli Stati hanno l’innegabile diritto sovrano di controllare l’ingresso e il soggiorno dei cittadini stranieri” ed “è importante che i paesi, compresi quelli esposti ad arrivi di massa, possano adottare nuovi approcci per affrontare e, potenzialmente, scoraggiare la migrazione irregolare”, si legge nel testo. Il riferimento implicito è al Patto d’Asilo e migrazione che dovrà entrare in vigore il prossimo 12 giugno che prevede, tra le altre cose, un potenziamento dei rimpatri, la costruzione di centri in paesi terzi e l’analisi delle domande di protezione internazionale anche nei paesi di transito.
Nei fatti a Bruxelles è in corso l’erosione del diritto d’asilo e ieri la Commissione Ue non poteva che accogliere favorevolmente il documento adottato in Moldavia. Secondo Adriana Tidona, ricercatrice di Amnesty Europa, il testo “cattura un sentimento e una tendenza”. “Dobbiamo monitorare che tipo di normative, provvedimenti e altre azioni gli Stati prenderanno sulla base di questa dichiarazione. I return hubs sono un concetto creato dall’Ue e al momento sono oggetto di una proposta che non ha ancora valore legislativo”, osserva. Il fatto che il Consiglio d’Europa li menzioni senza discuterne i rischi “è già di per sé un problema”. Anche perché dove sono stati approvati esperimenti simili i progetti si sono rivelati fallimentari: dal modello britannico con il Ruanda all’accordo per la costruzione dei centri in Albania voluti dal governo italiano. Cpr, l’Albania spaventa Meloni: “L’accordo finisce nel 2028” Tortura Uno dei passaggi più sensibili della Dichiarazione è quello che riguarda l’articolo 3, ovvero il reato di tortura.
Il testo afferma che la soglia minima perché un trattamento sia considerato inumano o degradante deve restare “alta e costante” e applicata in modo chiaro, così da evitare “vincoli non necessari” alle decisioni di espulsione o estradizione. Secondo Amnesty è una pressione verso un’interpretazione più restrittiva di una delle garanzie più forti della Convenzione. “Spingere per un’interpretazione più restrittiva del divieto di tortura è molto problematico”, dice Tidona. Non solo perché può incidere sul principio di non-refoulement, cioè il divieto di respingimento ma perché, aggiunge, “una volta che si indebolisce il divieto di tortura, questo non impatta soltanto i casi che riguardano immigrazione e asilo”.
Rimpatri e avvocati, ora il governo ha fretta di correggere sé stesso Attacco alla Corte La Dichiarazioni firmata ieri è arrivata dopo un lungo processo iniziato nel maggio del 2025 con la lettera firmata da nove stati membri, guidati da Italia e Danimarca, che accusava la Corte europea dei diritti dell’uomo di limitare “la capacità di prendere decisioni politiche” nei casi riguardanti “l’espulsione di cittadini stranieri criminali in cui l’interpretazione della Convenzione ha portato alla protezione delle persone sbagliate”.
Un leitmotiv contro i giudici già noto in Italia. A un anno di distanza, l’opera politica è completa e le pressioni sui giudici diventano sempre più grandi. “I governi stanno di fatto cercando di fare pressione su una Corte indipendente affinché indebolisca protezioni dei diritti umani consolidate da tempo, con l’obiettivo di facilitare le deportazioni, rischiando di rimandare persone in paesi dove potrebbero subire torture, trattamenti inumani o degradanti, o dove smetterebbero di ricevere cure mediche salvavita”, spiega Chiara Catelli, Advocacy officer di Picum. La Dichiarazione adottata ieri mina principi e diritti fondamentali condivisi.
“La Cedu è il prodotto di un periodo post-bellico in cui abbiamo realizzato che certe atrocità non si sarebbero dovute ripetere. L’idea di questo tipo di strumenti è proprio creare garanzie quando i tempi sono pacifici, perché queste tengano quando i tempi non lo sono. Minare questi principi in momenti in cui la situazione globale è in bilico significa indebolire tutto il sistema proprio quando ci serve di più che rimangano integri e saldi”, dice Tidona. E in questo scenario “i migranti e i rifugiati sono il primo scalino di questo tipo di processi, perché sono un gruppo già marginalizzato, che soffre violazioni dei diritti e con molta difficoltà ottiene giustizia”.










