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di Diana Ligorio

Il Domani, 29 agosto 2025

La vicequestora Sandra Manfrè è solo uno degli ultimi casi di un fenomeno che scuote polizia e non solo. In quattro anni si sono tolti la vita in 275, uno ogni sei giorni. Da gennaio sono già 26. “Una bolla di dolore”. I rintocchi secchi della campana fendono il suono circolare e inquieto della sirena di un’auto della polizia mentre scorta il feretro di Sandra Manfrè, vicequestora aggiunta e vicecapo della squadra mobile di Brindisi, che a 41 anni l’ha fatta finita con la pistola di ordinanza. È lunedì 4 agosto, Manfrè è appena rientrata dalle ferie. Alle 7.30 arriva in questura, indossa la divisa. Chiude a chiave la porta del suo ufficio, scrive a mano un biglietto per poi compiere il gesto. Nessuno aveva capito, notato o potuto immaginare.

Secondo l’Osservatorio suicidi in divisa, un gruppo informale che raccoglie dati su fonti aperte e segnalazioni tra colleghi, da gennaio a oggi sono 26 come Manfrè gli insospettabili, uomini e donne in divisa che hanno deciso di togliersi la vita senza che intorno si siano colti i segni, gli indizi o le tracce di un malessere. Per mestiere, attitudine e scelta di vita, loro sono quelli e quelle che i segni li studiano, stanano gli indizi, fiutano le tracce. Quando si tratta di sé stessi, sono invece portati a tenere dentro, a nascondere le inquietudini sotto la divisa e i distintivi luccicanti. Dall’ultima comunicazione pubblica dell’Osservatorio permanente interforze sui suicidi tra le forze dell’ordine, creato dal prefetto Franco Gabrielli, sono stati 275 i suicidi dal 2019 al 2023 tra forze armate e forze di polizia, inclusa la municipale. In media, un evento ogni sei giorni. Nella relazione trasmessa nel novembre 2024 dal ministero della Difesa al parlamento, il suicidio è la seconda causa di decesso per i carabinieri, dopo la malattia e prima degli incidenti automobilistici. L’80 per cento dei suicidi avviene con l’arma d’ordinanza. Ecco allora che la storia di Manfrè racconta non una cronaca locale ma un fenomeno più ampio e complesso che interroga l’intera società.

L’11 settembre, Sandra Manfrè avrebbe compiuto 42 anni. Originaria delle Isole Eolie, nel 2017 è commissario capo a Reggio Calabria dove coordina un’indagine sull’omicidio del tabaccaio Bruno Ielo: individua mandante ed esecutore districandosi nella complessa rete della criminalità organizzata locale. Nel 2022 viene trasferita a Brindisi dove assume l’incarico di vicequestore aggiunto e vicedirigente della squadra mobile. Nell’unico video che circola in rete all’indomani di questa nomina Manfrè parla per due volte di “scelta di vita”. È una doppia scelta che la porta in Puglia, il lavoro e la famiglia: suo marito, anch’egli poliziotto, è originario di Mesagne, la città dove si trasferiscono nel 2022. Il 4 agosto di quest’anno, un colpo d’arma da fuoco che ancora risuona nelle stanze della questura e nella testa di chi resta. Manfrè lascia un biglietto, un marito e una figlia di 3 anni.

Sui social i commenti intorno alla tragedia si alzano come voci di un coro greco: “Un dramma che ci lascia inquieti”; “Cosa succede veramente nelle forze dell’ordine? Una mamma non lascia la sua bambina come niente fosse”; “Perché quando una donna porta una divisa, si pensa che debba essere forte sempre, anche quando dentro sta crollando?”; “Dall’esterno è facile pensare che la divisa renda immune dalle emozioni. Purtroppo non è così”.

“Fino all’ultimo ho sperato non fossi tu”, scrive il 4 agosto sui social Maria Antonietta Rositani che nel 2019 è stata cosparsa di benzina e data alle fiamme dall’uomo che aveva sposato. Con l’80 per cento di ustioni sul corpo è riuscita a sopravvivere anche grazie a Manfrè che con la sua squadra mobile ha tutelato la donna consentendole un percorso di tutela e liberazione dal marito. “L’anno scorso a Reggio hai inaugurato in questura la stanza per accogliere le donne vittime di violenza”, scrive ancora Rositani. “Non ho saputo cogliere il tuo dolore nelle nostre conversazioni”. Manfrè era impegnata a parlare di violenza sulle donne nelle scuole a Reggio come a Brindisi.

La scelta di porre fine alla propria vita in questura, con indosso la divisa, al ritorno dalle ferie e usando la pistola d’ordinanza veste il gesto di una forte simbologia. È un rituale che chiama in causa quella scelta di vita di cui Manfrè ha parlato il suo primo giorno a Brindisi. Nelle forze dell’ordine il lavoro coincide con l’intera esistenza: il costante contatto con il crimine e i conflitti umani, il post trauma, i ritmi, lo stress, la lontananza da casa sottopongono gli agenti a un forte carico emotivo. Se in questa condizione sopraggiungono problemi personali, familiari o di salute e se culturalmente si teme lo stigma nel chiedere aiuto, può essere difficile tenere tutto il malessere dentro.

Nel 2019 Franco Gabrielli, allora capo della polizia, istituì l’osservatorio permanente interforze sui suicidi per dare attenzione a un fenomeno silenzioso e soprattutto per gestire e prevenire situazioni di disagio.

Negli ultimi anni diversi sono stati gli interventi pensati dalla polizia di stato per il supporto psicologico del personale come la figura dei pari, la presenza di psicologi nelle questure e corsi di formazione sulla gestione dello stress. E come l’introduzione nel 2023 dell’art. 48-bis: il personale in situazione di disagio psico-sociale può essere impiegato in servizi interni, che non presuppongano l’impiego di armi, invece di essere sospeso dal servizio come previsto dall’art. 48 del dPR 782/85, misura che resta valida nei casi certificati di malattia psichica. In caso di disagio psico-sociale correlato a eventi di vita o di servizio traumatici, la sospensione dal servizio poteva aggravare lo stato psicologico di un agente che in un momento di bisogno si vedeva privato della sua identità professionale.

“C’è chi muore. E c’è chi resta. Ma non vive più”, scrive V.P. sul gruppo social dell’osservatorio suicidi in divisa. “E nessuno capisce perché nessuno parla di noi. Di chi è sopravvissuto, ma a cosa? A un colpo di pistola? A una corda? No. A un sistema che uccide e poi volta lo sguardo”. V.P. convive da cinque anni con una perdita inspiegabile e con queste sue parole raccoglie tra i commenti le voci dei familiari tormentati da una serie infinita di domande senza risposta: “Siamo persone che si portano addosso il peso di assenze che gridano”; “Vivo dentro una bolla di dolore”; “Per mio figlio Michele che avrà per sempre 26 anni”; “Le voci di noi che restiamo denunciano l’ipocrisia istituzionale, quel sistema che pretende obbedienza cieca e restituisce silenzi colpevoli, scaricando le responsabilità su chi non può più difendersi. È un inno alla memoria, alla resistenza, alla verità”.

Sono parole di rabbia e isolamento che interrogano un unico grande corpo, quello della nostra società di cui le forze di difesa e polizia fanno parte. Queste ultime hanno una specificità interna la quale però va vista nell’ottica di una società che loro proteggono ma da cui devono anche essere protette.

“Il nostro rapporto col dolore rivela in quale società viviamo”, scrive Byung-Chul Han. Secondo il filosofo di Seul, le sofferenze sono segni e cifre di un codice per comprendere la società: “Oggi imperversa ovunque una algofobia, una paura generalizzata del dolore”. Quei codici, come società, abbiamo smesso di intercettarli e di coglierne i significati. Quella paura del dolore deve aver oscurato la mente di Manfrè e delle altre e degli altri che sono approdati al medesimo tragico esito. Ma più che domandarsi perché si sono suicidati, dovremmo chiederci perché non hanno chiesto aiuto. Questione che di nuovo chiama in causa il rapporto tra l’individuo, sempre più isolato nella società ma da essa schiacciato, e il dolore.

Sandra Manfrè lascia un biglietto. Lascia un marito, anch’egli poliziotto. Lascia una figlia. Per unirsi al caporal maggiore dell’esercito, 51 anni, impiccatosi a un ulivo del suo giardino in provincia di Lecce, all’ispettore, 52 anni, che si dà una pallottola in testa con la pistola di ordinanza nella sua casa a Bari, al sovrintendente, 59 anni, che si spara nel parcheggio del carcere di Secondigliano, al finanziere che si lancia dal decimo piano dell’ospedale di Chieti, alla poliziotta della municipale che la fa finita negli spogliatoi del comando a Bologna, agli uomini e alle donne che per lasciare il corpo di polizia hanno lasciato il loro corpo formando una silenziosa Spoon River di divise. Giacche e pantaloni che restano vuoti, appesi come fantasmi con il distintivo luccicante e l’arma scarica.