di Nello Trocchia
Il Domani, 20 luglio 2025
La Polizia penitenziaria, che dipende dal sottosegretario, potrebbe presto avere 13 nuovi contrassegni. Non c’è il bando e neanche i fondi necessari, però spopolano i siti online dove è possibili acquistarli. Mentre il carcere è il regno dei suicidi, delle violenze, della droga e dei cellulari in cella con gli agenti allo stremo delle forze, il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, attraverso il Dap, pensa a introdurre nuovi distintivi per la polizia penitenziaria. Negli ultimi mesi, infatti, c’è stata una sequela di provvedimenti del capo di dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, per lo più quando alla guida c’era la fedelissima Lina Di Domenico, che hanno introdotto ben tredici nuovi stemmi. Si parte con il distintivo di “ricordo” per passare a quello dell’”appartenenza” fino a quello del “matricolista”.
Una storia che si è presto trasformata anche in una questione di affarucci, con il solito caos conseguente. Nel carcere funzionante che le destre propinano al paese ormai, è diventata una costante. Nei mesi scorsi è nato prima un gruppo speciale di agenti, il Gio, che si arrampica e interviene in caso di sommosse; poi è stata presentata una nuova macchina nella quale non si “lascia respirare” i detenuti, citando proprio il sottosegretario alla Giustizia, fedelissimo di Giorgia Meloni. E adesso è il turno dei distintivi nuovi di pacca.
Spetterebbe all’amministrazione penitenziaria fornirli agli agenti, ma non c’è ancora il bando, e neanche i fondi necessari: eppure online, nei gruppi Whatsapp, si moltiplicano i siti dove sono già in vendita. Prezzo modico: 7 euro e cinquanta centesimi più spese di spedizione. Tra questi c’è quello del” matricolista” in ragione della “necessità di prevedere un distintivo che identifichi il personale di Polizia penitenziaria”. Destinato “al personale del Corpo di polizia penitenziaria che presta servizio presso gli uffici matricola degli istituti penitenziari per adulti e per minorenni”. Non manca la descrizione: “Uno scudetto con fondo di colore blu scuro, suddiviso in più sezioni, bordate di grigio chiaro. Nella parte superiore è posto il fregio stilizzato del Corpo, di colore bianco, e, immediatamente sotto, la scritta in bianco Polizia penitenziaria”.
Così è partita la caccia al distintivo: abbiamo trovato on line diversi siti che vendono il prodotto. Un sito - l’azienda indicata ha anche appalti con le forze armate - propone la vendita di un “Patch Scudetto Polizia Penitenziaria - Matricolista”, il materiale viene indicato come plastificato, leggermente difforme dall’originale. Quando si inoltra la richiesta per comprarlo ci si accorge che è riservato agli agenti, viene precisato che “la vendita di questo articolo è riservata ad appartenenti al corpo di riferimento identificati tramite tesserino di riconoscimento”. Domani ha chiesto al Dap una replica, ma non è arrivata.
Sulla caccia al distintivo è intervenuto anche il sindacato. “Si è appreso che presso alcuni istituti penitenziari del paese sarebbero state avviate pratiche, simil commerciali, qualche volta a opera o sotto impulso del responsabile pro-tempore degli Uffici Matricola, finalizzate a favorire l’acquisto autonomo dei distintivi di cui in oggetto, prodotti e commercializzati non si sa da chi e con quali criteri”, denuncia la Uil-Pa. Il sindacato ha così chiesto al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria “se ci si possa fregiare di qualsiasi distintivo afferente a una specializzazione o a una specialità del Corpo e di recente istituzione acquistandolo autonomamente e senza alcuna direttiva che ne disciplini il coordinamento e la contestualità”. Domande alle quali il Dap ha risposto così: “Attualmente non è stata rilasciata alcuna autorizzazione in merito alla produzione, approvvigionamento o utilizzo autonomo di distintivi relativi alla specializzazione “Matricolista”, disponendo altresì di interrompere eventuali autonome pratiche non autorizzate”. Insomma il caos, mentre il sistema collassa.
Basta mettere le orecchie e gli occhi in un istituto di pena per scoprirlo. È quello che sta facendo la procura di Prato, guidata dal procuratore Luca Tescaroli, un passato da magistrato antimafia. Il locale carcere, nelle ultime settimane, è stato al centro di diverse notizie di cronaca, l’ultima è la morte di un detenuto di 58 anni mentre era in isolamento, gli inquirenti non escludono alcuna ipotesi.
Nell’istituto succede di tutto. Il ritrovamento di un cellulare, quarantuno dispositivi in un anno, un detenuto in alta sicurezza che pubblica su Tiktok i video dalla cella. “Condotte criminose “in un contesto di mancanza di controlli e di comportamenti collusivi di esponenti della polizia penitenziaria”, scrivono i magistrati. Il governo ha introdotto il reato di rivolta punendo perfino la resistenza passiva, ma non ha alcun effetto. Solo a Prato nell’ultimo mese si sono verificate due sommosse. Non mancano soprusi, torture e violenze sessuali, almeno due sono state documentate negli ultimi anni.
In carcere, in questo momento, ci sono oltre sessantamila detenuti, all’inferno quotidiano si aggiungono anche le temperature torride. Il governo racconta un’altra storia, il sottosegretario Delmastro Delle Vedove ha spiegato le azioni in corso: “Assunzioni ciclopiche sotto il profilo della polizia penitenziaria, con i droni, abbiamo scanner che ci consentono di vedere quando entra e quando esce la droga all’interno dei nostri istituti”.
Ora sarebbe interessante capire come e perché esca droga da un carcere, ma sarà un quesito al quale difficilmente si potrà dare risposta. Sulle assunzioni, invece, i numeri restano inadeguati. Nelle scorse settimane nel carcere romano di Regina Coeli un agente è rimasto in servizio per ventisei ore. I sindacati hanno convocato un sit-in il 31 luglio per la situazione di caos nel carcere di Trapani, in sei mesi i poliziotti hanno dovuto effettuare 38mila ore di straordinario, gli agenti devono recuperare sedicimila giornate di congedo maturate nell’ultimo triennio. Il ministro Carlo Nordio, invece, ha parlato di una task force e della possibilità per diecimila detenuti di accedere a misure alternative. L’ennesimo annuncio mentre in carcere si muore.
A scoprire facilmente il bluff è arrivata la nota dal carcere di Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma che sconta la sua pena ed è diventato testimone del disastro in corso. Con lo scrivano di Rebibbia, Fabio Falbo, ha attaccato a testa bassa Nordio perché la materia, quella relativa alle misure alternative, è di competenza dei magistrati di sorveglianza e non può essere affrontata con una commissione ministeriale, ma con organici adeguati.
Ci si chiede perché venga avanzata una proposta cosi improbabile da apparire inutile”, scrivono. I due detenuti poi elencano tutti i rimedi “irrealizzabili e fantasiosi”, del ministro. Prima la promessa di costruzione di nuovi istituti poi l’eterna idea delle caserme dismesse poi l’annuncio di voler “mandare il 25 per cento dei detenuti, quelli con problemi di tossicodipendenza, alle comunità terapeutiche, che però sono già strapiene di persone in trattamento e non possono accoglierne molte altre”. Un ministro tutto chiacchiere e senza neanche distintivo.











