di Davide Traglia
vdnews.it, 10 luglio 2025
Dovrebbe rieducare ma oggi è un contenitore di marginalità. Non basta aggiustarlo, il sistema va ripensato da capo. Nelle ultime settimane, il carcere La Dogaia di Prato è tornato al centro della cronaca a causa di gravi episodi di violenza sessuale fra detenuti. In un caso, un recluso sarebbe stato minacciato con un rasoio e costretto a subire abusi. In un secondo episodio, due detenuti avrebbero sottoposto un giovane tossicodipendente, alla sua prima esperienza in carcere, a giorni di torture e stupri. Secondo le indagini, la vittima sarebbe stata brutalizzata con mazze, pentole bollenti, pugni e colpi alla testa, costretta a vivere in un regime di terrore continuo.
La procura ha definito la situazione “fuori controllo, segnata da un pervasivo tasso di illegalità e da un sistema incapace di garantire sicurezza e dignità”. In particolare, dal luglio 2024 al giugno 2025 sono stati sequestrati 41 cellulari, tre sim card e un router. Il 5 luglio scorso, inoltre, è stato rinvenuto un altro telefono nella cella 187 della sezione di media sicurezza. Dalle indagini, spiega il procuratore Luca Tescaroli, “emerge che altri apparecchi, non ancora sequestrati, sono stati attivati e utilizzati nei giorni 27, 28, 29 giugno e 1-2 luglio, segno di un controllo sofisticato degli spazi da parte di gruppi organizzati, che approfittano della libertà di movimento concessa ad alcuni detenuti e della compiacenza di agenti”.
Ciò che sta emergendo a Prato non è un’anomalia isolata, ma il sintomo di una crisi strutturale del sistema penitenziario italiano. Durante una visita nel 2024, l’associazione Antigone aveva già denunciato la situazione, sottolineando come nel carcere si concentrino persone con disturbi psichiatrici, dipendenze e precedenti di disordini in altri istituti.
Come nei giorni scorsi ha ricordato l’ex Garante dei detenuti Mauro Palma a VD, le carceri italiane sono diventate un contenitore di marginalità sociale, con “persone che hanno problemi psichiatrici, senza una casa, che sono stranieri e non sanno di poter chiedere una misura alternativa, senza avvocato, che non conoscono i propri diritti”.
Le responsabilità non sono solo gestionali ma anche politiche. Come ha rivelato il rapporto annuale di Antigone, nonostante i reati siano in calo -2,4 per cento in meno rispetto al 2019, 1,15% rispetto al primo semestre del 2023 - ogni due mesi le persone detenute aumentano “dell’equivalente di un nuovo carcere, un dato esorbitante per poter pensare di rispondere con una qualunque strategia di edilizia penitenziaria”. Colpa anche del nuovo decreto sicurezza, che ha introdotto 14 nuovi reati e 9 aggravanti, incrementando la popolazione detenuta senza risolvere i problemi alla radice. Come ha spiegato Palma a VD, però, “il diritto penale dovrebbe essere l’ultima risorsa, non la prima. Servono investimenti nei servizi territoriali, nella prevenzione, nella capacità di intercettare i comportamenti problematici prima che esplodano”.
Il carcere di Prato è solo la punta dell’iceberg di un sistema che non funziona. È la fotografia di un’istituzione che ha smarrito la propria missione: quella di rieducare, non solo punire. L’urgenza non è tanto quella di nuove carceri, ma di un cambio radicale di visione. Senza una riforma profonda che rimetta al centro la dignità delle persone, continueremo a contare morti, violenze e fallimenti. E non potremo dire di vivere in un Paese giusto.











