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di Ivano Iai

La Nuova Sardegna, 23 gennaio 2023

C’è il dovere di proteggere la dignità umana anche di coloro che onesti non sono stati. Ci siamo mai chiesti perché tanti suicidi in carcere? Ci siamo mai interrogati perché, sin dall’ingresso in una struttura penitenziaria, la difficoltà di adattamento, che consegue alla percezione del mancato riconoscimento di diritti umani fondamentali, conduca all’abbandono del desiderio di riscattarsi?

Ci siamo mai chiesti perché la società non creda nel recupero preferendo assopirsi - nel modo meno impegnativo, chiudendo gli occhi - di fronte al patimento del detenuto cui, oltre all’addebito di delitti pur imperdonabili, addossa anche il cumulo della rabbia e delle sfortune collettive? Dove abbiamo collocato, scorrendo la scala di valori legali e umani di cui siamo provvisti, il dovere di solidarietà e l’etica della responsabilità che tanto continuiamo a evocare ma che, in realtà, costituisce un motivo formante costituzionale dei nostri sentimenti?

Se il suicida in carcere è una sconfitta della Costituzione, l’innocente privato della sua libertà per inerzia dello Stato è uno scandalo più di quanto non lo sia il responsabile di un reato ancora in libertà. Ecco, allora, aprirsi un ulteriore scenario, quello dell’innocente condannato per errore giudiziario o ingiustamente sottoposto a restrizione cautelare o definitiva o ad altre misure limitative della libertà.

Sconcertano, in proposito, le parole di alcuni esponenti del mondo politico, del diritto e del giornalismo che archiviano la questione come fisiologica, addirittura sostenendo, contro il senso di umanità, che “l’innocente non finisce mai in carcere”, come se la circostanza della detenzione sia in sé un presupposto o, peggio, un elemento probatorio di colpevolezza. Tale convincimento è la negazione dei diritti umani fondamentali e allarma che tanti siano ancora disposti ad accoglierlo e diffonderlo.

Si pensi, poi, se l’innocente è condannato all’ergastolo, pena formalmente legale ma in sé inumana e, perciò, contraria al dettato costituzionale che, con l’art. 27 c. 3, vieta non solo le sanzioni che comportino trattamenti degradanti ma anche quelle inidonee a restituire alla società un numero rilevante di persone (un tempo detenute) realmente rieducate.

I due livelli di allarme, quello del suicida e quello dell’innocente in carcere, generano un ulteriore interrogativo che affonda le sue premesse nelle fonti normative interne: se più isolati sono i casi di spietata modalità di esecuzione della pena (l’Italia è stata già condannata dalla Corte europea nel 2013) almeno una sanzione, tuttavia, risulta essere inumana e degradante per chi la sconta nelle strutture penitenziarie.

E benché non risulti agevole stabilire quale binomio sia più terribile tra innocenza-detenzione e detenzione-suicidio, per una società di presunti onesti che ha il dovere di proteggere la dignità umana anche di coloro che onesti non siano stati, il vero punto debole del sistema è la previsione dell’ergastolo ostativo, sintagma affetto da triplice contraddizione: linguistica, umana e giuridica.

Finché l’ordinamento consegnerà alle generazioni future l’idea che possano esistere soggetti non recuperabili, al di là dell’attuale clamore del caso Cospito, detenuto nel carcere di Sassari in regime di c.d. 41-bis, allora sarà stata inutile la lezione, nel 1764, dell’illuminato Beccaria e il percorso che ne è seguito nel progresso umano e giuridico sull’inciviltà della pena di morte, che oggi sopravvive nel fine pena mai, drammatico paradosso del nostro sistema, intollerabile quanto i drammi che si consumano nelle anguste celle delle carceri, camere anecoiche per suicidi e innocenze punite.