di Alessia Arcolaci
vanityfair.it, 25 marzo 2025
“Quante morti si potevano evitare, per esempio, con una telefonata?”. Il giornalista del Corriere della Sera, in libreria con “Morire di Pena” (ed. Laterza), racconta perché molti suicidi di detenuti in carcere (forse) potevano essere morti evitate. “Il referto neuropsichiatrico redatto dal dottor Salvatore Bruno nota che nel “signor Lombardo Damiano Cosimo” si evidenzia “una infuturazione scarsamente propositiva ed altamente velleitaria”. Non ho mai sentito la parola “infuturazione”. Infuturarsi. Nel linguaggio psichiatrico indica la capacità di proiettarsi nel futuro”. Con queste parole, Alessandro Trocino, giornalista del Corriere della Sera, presenta la prima delle dodici storie di suicidio in carcere che ha scelto di raccontare nel saggio “Morire di Pena”, in libreria per Editori Laterza.
Sei mesi prima che Damiano Cosimo, un ragazzo di 28 anni, detenuto nel carcere di Caltanissetta, decidesse di togliersi la vita (come già aveva tentato in precedenza), era stato redatto un altro rapporto sulla sua condizione psicofisica, in cui si specificava che fosse “affetto da disturbo depressivo maggiore con componenti melanconiche psicotiche congrue ed incongrue con il tono dell’umore. Tale condizione clinica è assolutamente incompatibile con lo stato di detenzione ordinaria”.
Un dettaglio dopo l’altro, Alessandro Trocino ripercorre la vita di dodici persone che si sono tolte la vita in carcere, dando loro non solo un nome e un cognome, spesso tralasciati dalla cronaca dei giornali, ma ricostruendo con testimonianze e documenti il vissuto che li ha portati fino a quella cella. Perché se è vero che i dati sui suicidi in carcere sono disponibili, quasi mai sappiamo chi erano quelle persone: figli ma spesso anche genitori a loro volta, uomini e donne di tutte le età, in alcuni casi con problemi più o meno gravi di salute mentale, dipendenze. A volte detenuti in custodia cautelare, quindi possibili innocenti. Quasi sempre, morti che si sarebbero potute evitare.
Perché questo libro?
“Mi sono occupato spesso per la newsletter Il Punto-La Rassegna del Corriere della Sera di temi carcerari e dei numeri dei suicidi. Il 2024 è stato l’anno record con 89-90 suicidi. Non c’è mai chiarezza su quale sia il numero vero perché spesso il dato ufficiale è sottostimato e gli eventi critici, come vengono definiti tecnicamente, che sono tentativi suicidio, atti lesionismo, eccetera sono 12.500 all’anno. Sono partito da questi numeri impressionanti pensando però che alla fine impressionavano solo me e pochi altri perché lasciavano sostanzialmente indifferente la gran parte della gente. Allora ho cominciato a domandarmi chi fossero queste persone che si suicidavano e perché. Ho provato a lavorarci cercando di di ricostruire le loro storie”.
Da qui la scelta di scrivere delle biografie brevi?
“Sì, mi è venuta l’idea che forse un modo per rendere più empatico questo tema era far vedere la faccia, i pensieri, raccontare la storia di queste persone morte in carcere, raccontare cosa ne pensano i familiari, come si è svolto esattamente il suicidio e cosa è successo dopo. Così ho pensato di prendere un campione di storie, abbastanza arbitrario, perché sono talmente tanti i suicidi, solo negli ultimi dieci anni se ne contano 700, e raccontare queste storie nel dettaglio, fare quindi un’operazione diversa dalla statistica pura”.
Come ha individuato le dodici storie che raccontato?
“Ci sono giovani, anziani, c’è una donna, c’è un agente di Polizia Penitenziaria, li ho scelti perché mi interessavano alcune storie e sono andato a vederle. Poi ci sono anche altri criteri: per esempio di molte storie i familiari non vogliono parlare, così come di altre storie non si sa molto perché si riesce a reperire poco in termini di documenti e di atti. A me interessava avere molto materiale che potesse raccontarmi davvero com’era andata e che cosa era successo là dentro. E poi, quasi inconsciamente, ho scelto delle storie che alla fine sono tutte abbastanza controverse”.
Che cosa intende?
“Il suicidio sappiamo che è un atto personale e sarebbe sbagliato cercare di indagare la vera ragione alla sua base. Si possono indagare le concause, i fattori scatenanti o che in qualche modo hanno agevolato il suicidio. Andando nel dettaglio di tutte queste 12 storie, ho visto che in tutte ci sono degli aspetti controversi, delle responsabilità da parte delle istituzioni del carcere dentro queste che non sono morti casuali. Sono morti che secondo me in qualche modo si potevano evitare”.
Come scrive lei, “li chiamano suicidi di Stato”...
“Sono quasi tutti casi di malagiustizia per la natura stessa delle carceri di oggi. Negli anni ‘60-70 il carcere era sostanzialmente un luogo dove la maggioranza dei detenuti avevano commesso dei reati gravi, degli omicidi, erano dei criminali incalliti. Adesso è proprio cambiata la popolazione carceraria ed è diventata una popolazione sostanzialmente di marginalità sociale. Ci sono molti tossicodipendenti (30%), la metà sono stranieri, ci sono molte persone con malattie psichiatriche. Si tratta di detenuti che non dovrebbe stare nel luogo in cui si trovano e che spesso entrano per dei piccoli reati poi per un circolo vizioso restano lì. Tutte queste situazioni rendono il carcere una polveriera”.
Tra le storie a cui si è avvicinato, cosa l’ha colpita in particolare?
“Ognuna ha la sua specificità e la sua forza. La prima è quella di Damiano Cosimo Lombardo, una persona siciliana dentro per per rissa, aveva gravi problemi psichiatrici, c’è infatti una perizia che ne stabiliva la totale incompatibilità con la detenzione in carcere, era un uomo che vedeva il diavolo, ma nonostante questa perizia lui è rimasto in carcere fino a quando si è suicidato. Ci sono due casi che non sono suicidi veri e propri e sono quelli della rivolta di Modena del 2020, di cui probabilmente la stragrande maggioranza degli italiani non sa nulla perché è avvenuta nei giorni del Covid, e perché poi alla fine si danno anche un po’ per scontato queste cose. Eppure proprio mentre Conte annunciava il lockdown, ci fu una rivolta in 79 istituti penitenziari e ci furono 13 morti nel giro di pochi giorni, la maggior parte dei quali a Modena. Una di queste due persone è Sasà Piscitelli, entrato in carcere per aver rubato una carta di credito, quindi non esattamente una persona particolarmente pericolosa. Poi ci sono diverse persone che erano dentro per custodia cautelare, quindi non sono mai state condannate e sarebbero potute risultare innocenti ma non è potuto accadere perché sono morte dentro. Ci sono persone come Jeffrey Baby, un giovane rapper che aveva già provato due volte a suicidarsi ma nessuno aveva fatto nulla. Sono tutte storie in cui la responsabilità dell’istituzione è molto forte”.
In che termini?
“A cominciare dall’assurdità delle regole burocratiche. Questo è un altro elemento che ho usato molto nel libro entrando nei dettagli fino all’esasperazione per esempio con i referti, a proposito del regolamento penitenziario e di tutte le regole che contribuiscono a creare questo clima impossibile”.
Facciamo qualche esempio...
“La possibilità per i detenuti di potere telefonare per dieci minuti alla settimana, una regola assurda che ha a che fare probabilmente con motivi un po’ punitivi nei confronti dei detenuti e un po’ organizzativi perché naturalmente questo prevede un lavoro da parte degli agenti penitenziari. All’estero si può telefonare regolarmente senza problemi. Quanti suicidi si potevano evitare se una persona in una situazione di questo genere avesse potuto telefonare a casa?”.
Questo è un tema che apre anche al dibattito sul diritto all’affettività in carcere...
“Sì, il diritto all’affettività non esiste nei fatti per due motivi che sono sempre gli stessi: il primo è di carattere punitivo, cioè il carcere nasce come semplice privazione della libertà e poi però ha avuto un aggravio di punizione che deriva da come consideriamo la pena. L’obiettivo è che il detenuto non solo non abbia la libertà ma che in carcere stia anche male, da qui nascono le condizioni molto pesanti e punitive. Il secondo motivo è legato ai problemi organizzativi: le carceri oggi sono enormemente sovraffollate e questo è un problema che a cascata si ripercuote su qualunque tipo di attività all’interno del carcere. Se c’è sovraffollamento gli spazi comuni dove si dovrebbero fare delle attività educative, culturali, sportive, sono occupati. Figuriamoci se si possono pensare degli spazi per l’affettività”.
Tra le storie che ha scelto c’è anche quella di un agente di polizia penitenziaria...
“Sì, di queste morti non ne sappiamo niente perché innanzitutto sono stati sette l’anno scorso i suicidi tra agenti di Polizia Penitenziaria e sono spesso dati che vengono forniti dai sindacati della Polizia Penitenziaria, non sempre volentieri perché naturalmente non se ne vuole parlare troppo. La verità è che se il carcere è un inferno per i detenuti diventa un inferno anche per gli agenti, in termini di condizioni di vita insostenibile. L’eccesso di detenuti e la scarsità di agenti. Ne mancano molte migliaia. Io ho voluto proprio inserire anche quella di questo agente che denunciava di essere oggetto di mobbing da parte degli altri agenti perché è importante raccontare tutti gli aspetti del carcere. Non ci sono i buoni e i cattivi. Il carcere è un sistema patogeno perché fa ammalare nel corpo e nella mente le persone, un sistema criminogeno perché con la promiscuità mette insieme persone che hanno commesso reati gravissimi con persone che sono magari alla prima esperienza, ed è un sistema che in qualche modo riproduce meccanismi di violenza all’interno e coinvolge anche gli agenti”.
Perché anche a livello politico chi si occupa del carcere sembra farlo sempre marginalmente?
“È un discorso marginale e lo è sempre stato perché parlare di carceri e detenuti fa perdere consensi. Siamo sempre a una logica per cui siamo noi buoni e loro cattivi, se stanno in carcere avranno fatto qualcosa, quindi non me ne voglio occupare. A questo poi si aggiunge l’ideologia della destra al governo che considera la pena quasi come una vendetta, quindi siamo praticamente passati dallo stato sociale allo stato penale. Prima almeno c’era l’idea, che è quella della Costituzione, della rieducazione del condannato, adesso c’è solo il carcere come discarica sociale, come accatastamento di corpi, come scarti della società che vengono messi in un angolo rinchiusi e abbandonati”.
Che cosa serve oggi al carcere?
“Il primo elemento che serve per rimettere in moto un sistema che sia più civile, più dignitoso e che non finisca per far condannare, com’è già successo in passato in Italia, dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo per torture e trattamenti inumani e degradanti, sarebbe un provvedimento deflattivo del carcere, quindi dal più importante che è l’amnistia o l’indulto. Ma è assolutamente impossibile sia perché non c’è una volontà tutta politica della destra, ma secondo me anche la sinistra non lo voterebbe. Negli anni 2000 è stato alzato il quorum per ottenerlo, oggi serve la maggioranza dei due terzi per ogni singolo articolo della legge, quindi è sostanzialmente impossibile”.
Altre idee?
“La proposta di liberazione anticipata speciale di Roberto Giachetti in Italia Viva che sostanzialmente fa uscire in anticipo chi è a fine pena aumentando i giorni della liberazione anticipata. È una proposta che però è sostenuta solo dalla sinistra e dal PD, neanche dai 5 Stelle che hanno su questo una visione più giustizialista. Ci sono 2mila persone che hanno un anno solo di pena da scontare. Servirebbe soprattutto ridurre la portata dell’utilizzo della custodia cautelare”.
Racconta anche la storia di una donna, com’è la situazione per le detenute in carcere?
“Le detenute sono soltanto il 4 per cento della popolazione carceraria. Questo provoca dei grandi problemi perché il carcere come istituzione è stato pensato per gli uomini, esistono soltanto quattro istituti femminili e per il resto ci sono una settantina di sezioni femminili all’interno delle carceri maschili. Per esempio in Friuli Venezia Giulia c’è una sola sezione femminile, che vuol dire che se ti arrestano a Udine finisci a 200 chilometri da dove sei. Quindi c’è un problema specifico anche delle donne, ancora più grave nel caso della condizione delle detenute madri con i bambini, una questione atavica che non si riesce a risolvere”.











