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redattoresociale.it, 28 agosto 2020


Tre detenuti e un agente penitenziario si sono tolti la vita al Pagliarelli di Palermo e a Caltagirone. Pino Apprendi: "L'impatto con il carcere è ancora troppo duro e punitivo e poco orientato invece ad una organizzazione detentiva che investa molto sugli aspetti rieducativi".

Due suicidi di detenuti e uno di un agente penitenziario in una settimana dentro il carcere palermitano di Pagliarelli ed un altro al carcere di Caltagirone. Erano tre detenuti in attesa di giudizio. È un bollettino drammatico quello che emerge questa estate. A fronte di questi tragici episodi, il presidente di Antigone Sicilia Pino Apprendi auspica che il sistema organizzativo carcerario venga rivisto affinché da realtà punitiva possa accrescere la sua impronta detentiva nell'ambito soprattutto rieducativo e di reinserimento sociale.

"A chi può interessare la morte di tre persone che sono finite in galera? - dice Pino Apprendi -. Il disagio nelle carceri non é solo 'un problema loro' ma è un problema di tutta la società che ha la responsabilità di tutelare la vita di tutti. I detenuti riconosciuti colpevoli devono scontare la pena soprattutto in condizioni di vita dignitose. La detenzione non deve trasformarsi in tortura psicologica come in un girone dell'inferno dantesco".

"Considerato che si è trattato di persone che erano in attesa di giudizio e che quindi vivevano quella delicatissima fase di primo impatto drammatico con il mondo carcerario, - sottolinea Apprendi - occorrerebbe rivedere molte cose. Sicuramente ci vuole soprattutto in questa fase di ingresso iniziale, una maggiore disponibilità dei servizi trattamentali attivando subito educatori, assistenti sociali, psicologi e, se sono necessari, pure psichiatri. Solo in questo modo se la persona viene ascoltata, non si sente drammaticamente sola ed isolata da tutti. Considerato, poi che, il filo rosso che legava più o meno i reati delle tre persone che si sono tolte la vita era quello dei maltrattamenti e delle violenze familiari, forse sarebbe opportuno avviare degli approfondimenti sul tema da parte dell'area psichiatrica".

Secondo il presidente di Antigone Sicilia "l'impatto con il carcere è ancora troppo duro e punitivo e poco orientato invece ad una organizzazione detentiva che investa molto sugli aspetti rieducativi del detenuto. La persona deve scontare la pena in condizioni di vita dignitose che gli consentano di lavarsi, scrivere, studiare e intraprendere un percorso nuovo in chiave di opportunità. Alla società va restituita una persona diversa che eviti la recidiva e che non esca soprattutto abbrutita dal sistema. Per incentivare tutti questi aspetti, un grande spazio deve essere riconosciuto al personale dell'area trattamentale cioè agli educatori. Questi, oltre ad essere numericamente pochi e sottodimensionati rispetto ai detenuti, non sempre riescono ad avere quell'autonomia di ruolo rispetto alla polizia penitenziaria che gli permetterebbe di raggiungere obiettivi significativi. I funzionari educativi dovrebbero pure essere in grado di accedere alle cariche dirigenziali. Questo è sicuramente un nodo grosso da sciogliere a livello nazionale".

Un altro aspetto significativo su cui occorrerebbe lavorare di più è quello degli affetti. "La vita affettiva dei detenuti va curata trovando strade idonee affinché possano mantenere in maniera serena i legami familiari - prosegue ancora Pino Apprendi -. Vanno studiate le misure per favorire la relazione con i figli ancora di più se sono minori e adolescenti. Bisognerebbe pure favorire dove ci sono figli la permanenza del detenuto nella città di origine. In alcuni casi, ci sono familiari che non possono affrontare il viaggio per la visita al loro detenuto. Ricordo il caso di una bambina che soffriva il mal d'auto ogni volta che doveva affrontare il lungo viaggio per incontrare suo padre. Inoltre, un tema sempre importante è quello che, per i reati meno gravi vanno favorite pure le misure alternative alla detenzione carceraria".

"Ricordiamoci anche la morte della donna agente penitenziario. Sicuramente, detenuti e popolazione carceraria, compresa la Polizia Penitenziaria che è pure logorata dal sistema, hanno sopportato, nel periodo della quarantena per il Covid, più degli altri l'isolamento anche dai propri familiari durante il periodo dei divieti per evitare i contagi".

Infine, un contributo significativo ai bisogni dei ristretti, potrebbe essere dato dall'aumento del numero dei garanti dei diritti dei detenuti. "Sarebbe necessario nominare un garante per ogni città in cui esiste un carcere. Nel caso della Sicilia ci vorrebbero 23 garanti comunali che potrebbero rispondere meglio ai bisogni specifici in coordinamento con il garante regionale e poi con quello nazionale. A Palermo, il comitato 'Esistono i Diritti' con il suo presidente Gaetano D'Amico, già da tempo, lo chiede e il Consiglio Comunale presto ne approverà il regolamento".