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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 10 dicembre 2024

A Genova la procura apre un’inchiesta sulla morte del detenuto 21enne in osservazione. Decessi in cella, divergenze tra i numeri del Dap e quelli della Polizia penitenziaria. La notizia della sua morte non ha fatto scalpore, in fondo nel pomeriggio del 4 dicembre era solo uno degli 85 detenuti suicidatisi (o 79, secondo il calcolo del Dap che confuta i dati del sindacato di polizia penitenziaria Uilpa e degli osservatori esterni) nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. Ieri però, mentre nel frattempo sul lugubre pallottoliere la cifra monstre è diventata 86 lasciandosi alle spalle il triste record (84) segnato nell’anno 2022, la fine di Amir Dhouiou, magrebino di 21 anni che dopo vari tentativi è riuscito nel suo intento mentre era ricoverato nel centro clinico reparto Sai del carcere Marassi, è tornata agli onori delle cronache perché la procura genovese ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e la pm Gabriella Dotto ha iscritto sul registro degli indagati due agenti della casa circondariale di Genova.

Quest’ultima notizia ha agitato i sindacati di polizia penitenziaria e la Uilpa ha avviato una raccolta fondi sulla piattaforma Gofundme con l’obiettivo di raccogliere 20mila euro per le spese legali dei due indagati che, secondo il sindacato, avrebbero “speso già 2500 euro solo per nominare un perito”. Si tratta del quarto suicidio a Marassi dall’inizio dell’anno mentre, come detto, sul conteggio a livello nazionale non c’è concordia tra i numeri del Dap e quelli dei sindacati o di associazioni come Antigone e Ristretti Orizzonti. “85 suicidi, 231 morti totali. I due dati più alti mai registrati. 62.400 detenuti presenti, numero che non si registrava dai tempi della condanna europea per trattamenti inumani e degradanti. Il 2024 sta frantumando tutti i record negativi del sistema penitenziario italiano”, scriveva qualche giorno fa Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Mentre il Dap spiega che i 79 casi conteggiati (77 uomini e 2 donne) sono quelli per “i quali le evidenze dei fatti hanno escluso la necessità di ulteriori accertamenti da parte dell’Autorità Giudiziaria”.

Dal canto suo, il collegio del Garante nazionale dei detenuti composto da Riccardo Turrini Vita, Irma Conti e Mario Serio prende questo dato per buono e nel Focus aggiornato al 2 dicembre 2024 sottolinea che “analizzando i dati relativi agli eventi critici, è stata rilevata la presenza di eventuali fattori indicativi di fragilità o vulnerabilità. La lettura ha fatto emergere che 43 persone (pari al 54%) erano coinvolte in altri eventi critici e di queste 19 (ossia il 24%) avevano precedentemente messo in atto almeno un tentativo di suicidio. Inoltre, 14 persone (ossia il 18% dei casi) erano state sottoposte alla misura della “grande sorveglianza” e di queste 5 lo erano anche al momento del suicidio”.

Dopo pochi giorni, il 7 dicembre scorso, alla triste lista si è aggiunto Robert Octavian Radion, rumeno di 24 anni che si è impiccato nella sua cella del carcere di Verona Montorio ed è morto in ospedale. È questo uno dei casi che difficilmente rientrano nella statistica del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria perché, come spiega Ornella Favero, direttrice della rivista Ristretti Orizzonti che da 25 anni aggiorna con regolarità il dossier “Morire di carcere”, “spesso non vengono conteggiati quei detenuti che dopo aver tentato il suicidio in istituto muoiono in ospedale. Noi confrontiamo diverse fonti: dai famigliari al personale del carcere, i volontari e i poliziotti, verificando i dati poi con lo stesso Dap e con il Garante nazionale. Ma negli ultimi tempi il confronto con le istituzioni è molto faticoso perché c’è sempre meno trasparenza”.

Non va dimenticato che la lista dei suicidi in carcere si allunga con i sette poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno. “I detenuti dovrebbero vivere in sicurezza, mentre gli agenti lavorano senza organici adeguati e strumenti idonei”, è il grido d’allarme lanciato da Fabio Pagani, segretario della Uilpa che assicura di riporre “totale e incondizionata fiducia negli organi inquirenti” ma fa notare che “la polizia penitenziaria non può continuare a essere lasciata sola con i suoi appartenenti costretti, loro malgrado, ad affrontare procedimenti penali e disciplinari andando incontro di tasca propria a spese legali”.