sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Gabriella Cantafio

La Repubblica, 13 settembre 2022

“Abbiamo esigenze diverse dagli uomini. Non devono privarci anche della speranza”. Micaela Tosato, ex detenuta, ha lanciato “Sbarre di zucchero” raccogliendo testimonianze e adesioni per denunciare le condizioni umilianti degli istituti penitenziari femminili: “Abbiamo sbagliato ma non siamo scarti della società: abbiamo il diritto di essere trattate con umanità”.

A seguito del suicidio di Donatella Hodo nel carcere veronese di Montorio - ennesimo dramma delle precarie condizioni di vivibilità all’interno dei penitenziari italiani - è scesa in campo Micaela Tosato, ex detenuta nonché sua compagna di cella.

Qual era il vostro rapporto?

“Per lei, vista la nostra differenza di età - ora ho 50 anni - ero come una mamma. Era una ragazza ribelle e impulsiva, ma altrettanto combattiva. Cercavo di indicarle la strada da percorrere per riprendere in mano la sua vita. Insieme ad altre detenute, affrontavamo i momenti di difficoltà, si era creato un rapporto di amicizia che ho mantenuto anche dopo esser stata rilasciata. Talvolta, però, dinanzi alla carenza di assistenza, il malessere prende il sopravvento, soprattutto tra le donne più fragili come Donatella”.

Come ha appreso della sua tragica morte?

“Mi ha chiamata il fidanzato, ho stentato a crederci, ma, quando mi ha inviato la foto del biglietto scritto prima di ammazzarsi, sono crollata. Pensando anche a un’altra ragazza che si era suicidata, a dicembre scorso, sempre nel carcere di Verona, dove hanno cercato di contenere la notizia, ho deciso che era arrivato il momento di alzare la voce: sul mio profilo Facebook, ho pubblicato la fotografia di quel biglietto d’addio e altre ex compagne di cella hanno condiviso il post”.

Così è nata l’idea di creare il gruppo social “Sbarre di zucchero”?

“Sì, ci siamo unite attorno al suo ricordo e, il giorno prima del suo funerale, abbiamo creato questo gruppo social per dare un senso alla sua morte e accendere i riflettori sulle condizioni in cui versano le carceri femminili. Il nostro spazio di narrazione e confronto, nel giro di poche settimane, sta attirando l’attenzione di tanti avvocati, parroci, educatori e associazioni da tutta Italia, oltre a decine di detenute ed ex detenute. Si è creata una rete impensabile di persone che ruotano attorno al sistema penitenziario italiano, sostenuta anche dai genitori di Donatella”.

Perché avete scelto questo nome?

“Seppur dietro le sbarre, ci teniamo a tutelare la nostra dolcezza e sensibilità che dovrebbe essere rispettata anche in carcere e, invece, cercano di privarcene. Abbiamo aggiunto lo slogan “quando il carcere è donna in un mondo di uomini” per evidenziare che gli istituti di pena sono stati costruiti da uomini per uomini per contenerne la violenza, senza tener conto della nostra affettività e dei nostri bisogni diversi”.

Quali sono i bisogni per cui chiedete maggiore attenzione?

“Tante di noi sono madri con un’innata necessità di seguire, per quanto possibile, i propri figli, di poterli sentire maggiormente al telefono. E invece, almeno nel carcere di Verona, consentono solo una telefonata di 10 minuti a settimana. Non dimenticherò mai la disperazione di una madre che, anni fa, ha tentato il suicidio perché le era stata negata una chiamata alla figlia, nel giorno della sua cresima. Questi drammi, come quello di Donatella, rendono ancora più tangibile il malfunzionamento dell’esecuzione penale, l’inadeguatezza delle strutture, spesso sovraffollate, la carenza di educatori e psicologi”.

Tra i vostri sostenitori c’è anche Rita Bernardini, presidente dell’associazione “Nessuno Tocchi Caino”...

“Ci sostiene da sempre e noi - al momento 12 detenute del carcere di Verona e 53 de “Le Vallette” di Torino - abbiamo aderito al suo sciopero della fame, indetto dal 16 agosto per sollecitare un provvedimento d’urgenza da parte del Governo, dinanzi ai 58 suicidi registrati quest’anno. Abbiamo scritto anche al Presidente Mattarella e al Ministro della Giustizia. Non siamo scarti della società, abbiamo sbagliato, ma la detenzione deve essere rieducativa e riabilitativa, non umiliante e degradante”.

Qual è la sua speranza?

“Poter continuare a parlare di carcere femminile, unendo le nostre forze. Auspichiamo anche l’istituzione di centri per la giustizia riparativa, ma soprattutto combattiamo per garantire diritti e non permettere che le donne detenute vengano private della speranza”.