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di Lorenza Pleuteri

osservatoriodiritti.it, 17 settembre 2026

La sentenza d’appello condanna il ministero della Giustizia e l’azienda sanitaria territoriale a risarcire i familiari di un uomo morto suicida in carcere, otto anni dopo la tragedia. Si era impiccato con la cintura che non gli era stata ritirata. Quando hanno aperto la cella, come nella ballata del Miché di Fabrizio De Andrè, era già tardi. Massimiliano S., 37 anni e un passato difficile, la mattina del 23 aprile 2018 si era impiccato nel bagno della sua cella nel carcere di Chieti. Lo hanno trovato i compagni di stanza, appeso alla grata della finestra con una cintura stretta attorno al collo. Hanno urlato, chiesto aiuto. Ma poliziotti penitenziari e medico di turno non sono arrivati in tempo.

Suicidi in carcere: il male oscuro di Massimiliano - Kamal E. condivideva con lui e altri quella che il lessico carcerario chiama camera di pernottamento, uno stanzino con un letto a castello a tre piani e altre due brande. “Ci siamo dati la buonanotte all’una circa - ha dettato a verbale. Questa mattina appena sveglio sono andato a salutarlo e alla richiesta di come stava, Massimiliano ha risposto che non ce la faceva più… gli ho offerto quindi un caffè e poi sono sceso “all’aria”, mentre Massimiliano è rimasto a letto a dormire”. “Massimiliano - ha aggiunto Rocco E. - era un ragazzo di cuore, ricordo infatti che appena sono arrivato io ero senza soldi e Massimiliano mi ha pagato le sigarette e la spesa, ma era sempre molto taciturno e passava gran parte della giornata seduto a riflettere sul suo letto”.

Una morte in cella che doveva essere evitata - Quella morte, l’ennesima morte nelle patrie galere, poteva e doveva essere evitata. Lo sostengono da sempre i familiari di Massimiliano, assistiti dalle avvocate Silvia Catalucci e Maria Teresa Di Rocco. Ora lo dice anche una sentenza della corte d’appello civile di L’Aquila. I giudici di secondo grado hanno accolto le argomentazioni delle legali e hanno ribaltato il verdetto di primo grado emesso dal tribunale del capoluogo abruzzese, quello che escludeva colpe delle controparti pubbliche portate in giudizio.

Risarcimento da 600 mila euro a genitori e fratello e sorella - Sono stati ritenuti corresponsabili della fine tragica del detenuto, in eguale misura, il ministero della Giustizia e l’Asl 2 Lanciano-Vasto-Chieti, datore di lavoro del personale sanitario distaccato nell’istituto. Per questo i genitori, il fratello e la sorella di Massimiliano hanno diritto a 600 mila euro di risarcimento per i danni patiti con la morte del loro caro, una cifra importante, anche se inferiore alla richiesta. I condannati potranno impugnare la decisione in Cassazione, se già non lo hanno fatto.

Un detenuto fragile - Massimiliano era un detenuto vulnerabile, provato da anni di dipendenza dalla droga e da problematiche psichiatriche, eppure giudicato compatibile con la detenzione in un penitenziario. Al suo ingresso in carcere, arrestato per evasione e per la reazione a un controllo dei carabinieri, il rischio di suicidio era stato classificato come basso. Succedeva il 29 settembre 2017.

La speranza del trasferimento in una Comunità - Nei mesi successi Massimiliano era via via peggiorato, ridotto in condizioni critiche non percepite a pieno da chi avrebbe dovuto, sebbene facesse spesso viste specialistiche e colloqui. Rifiutava di prendere alcuni farmaci e aveva interrotto la terapia a scalare con il metadone. Perdeva peso e appetito. Era sotto pressione, in attesa di sapere se e quando sarebbe stato trasferito in una comunità terapeutica.

Segnali sottovalutati o ignorati - C’erano stati segnali piccoli e grandi. Una volta finì in infermeria, dopo il trasporto al pronto soccorso di un compagno ferito, agitato “perché tutti si tagliano e si mettono chiodi in testa”. Lo curarono con 20 gocce di Valium. In un’altra occasione si incise un polso, nessuno se ne accorse.

Suicidi in carcere: sono mancate attenzione e prevenzione - Scrivono i giudici: “La situazione del detenuto, divenuta nell’ultimo periodo di grave fragilità emotiva e forte instabilità mentale, ormai avvicinatasi al limite, non veniva assolutamente colta dagli operatori, i quali non mutavano significativamente la sua osservazione e il suo trattamento”, dimostrando al contrario “un grave deficit di attenzione verso la sua condizione soggettiva”.

L’amministrazione penitenziaria conosceva le criticità - Il tutto “si verificava in una fase delicatissima, ben nota all’amministrazione che l’aveva seguita da vicino, caratterizzata da una duplice componente critica”. Da un lato c’erano state la riduzione troppo rapida e poi la brusca interruzione della terapia sostitutiva metadonica, uno stop in grado di causare una reazione fisica e psicologica da sindrome da astinenza, con ansia intensa, depressione, dolori muscolari, aumento sensibile del rischio di gesti estremi. Dall’altro lato, il percorso intrapreso, per approdare all’uscita dal carcere e all’ingresso in una comunità terapeutica, per Massimiliano era foriero di aspettative positive e progettualità, ma anche possibile fonte di delusione e frustrazione e di forte ansia e senso di inadeguatezza: i precedenti ricoveri erano stati fallimentari, non risolutivi.

Sottovalutazioni e carenza di sinergie - I sanitari del carcere avrebbero dovuto segnalare l’innalzamento del pericolo di suicidio ai referenti dell’istituto, per aumentare il livello di attenzione e per prevenire atti irreparabili. Agli operatori penitenziari toccava lil compito di rilevare le condizioni dell’uomo, direttamente e indirettamente, anche dall’esame del diario clinico. Le annotazioni attestavano il disagio profondo e in costante aggravamento di Massimiliano, caratterizzato da forti crisi di agitazione, dal rifiuto delle terapie e da continue richieste di aiuto.

Era a rischio suicidio, ma non è stato segnalato - Non sono state messe in atto adeguate misure di sostegno e sorveglianza. Non sono state coinvolte le strutture territoriali esterne e in particolare i servizi di salute mentale. Non è stata presa in considerazione la possibilità di spostare il detenuto in un carcere con un reparto psichiatrico, come previsto da direttive e protocolli. Non è stato nemmeno aggiornato il livello del rischio di suicidio, quello considerato minimo al momento dell’arrivo in carcere.

Al detenuto era stata lasciata la cintura - Alla polizia penitenziaria sono state attribuite gravi lacune nell’osservazione e nella vigilanza. Per impiccarsi Massimiliano ha utilizzato una normale cintura, la sua. Non avrebbe dovuto averla con sé, per le condizioni di prostrazione in cui era precipitato, oltretutto non era nemmeno un accessorio inserito nell’elenco dei capi di abbigliamento ammessi in istituto. Il ministero della Giustizia ha detto che sottrarre la cinta sarebbe stato inutile, in quanto l’uomo avrebbe potuto usare quelle dei compagni. I giudici hanno respinto l’argomentazione difensiva. Lasciare quell’oggetto nella disponibilità di una persona così vulnerabile ha rappresentato un’evidente negligenza.

Tentativo di suicidio scoperto solo durante l’autopsia - Solo durante l’autopsia è emerso che Massimiliano aveva già compiuto un atto autolesivo. Il polso sinistro presentava una ferita cicatrizzata a forma di croce, ritenuta il segno inequivocabile di un tentativo di svenamento collocato nei giorni precedenti. Una lesione visibile, ma mai rilevata dal personale sanitario né da quello penitenziario.

Suicidi nelle carceri italiani: lo scaricabarile nel caso di Massimiliano - Il ministero della Giustizia ha provato a chiamarsi fuori e a scaricare tutte le responsabilità sui dottori e infermieri. L’avvocatura di Stato ha garantito che erano state adottate tutte le procedure idonee per rimuovere o attenuare le condizioni di conclamato disagio del detenuto, ma non ha dettagliato le cautele concrete messe in atto. Il legale dell’Asl ha dichiarato che dai medici in servizio nel carcere non si poteva esigere un comportamento diverso da quello documentato, dando la colpa dell’accaduto al detenuto, per le sue “bizzarrie comportamentali” e per i problemi con l’assunzione dei farmaci, rifiutati più volte.

In carcere in custodia cautelare - Massimiliano non era chiuso in cella per scontare condanne definitive, ricorda l’avvocata Catalucci. Era dietro le sbarre in custodia cautelare, al pari di migliaia di altri detenuti, non pochi dei quali come lui hanno una doppia diagnosi, la compresenza di un disturbo da uso di sostanze e di un disturbo psichiatrico.

L’evasione, le minacce, l’ultimo arresto - Aveva fatto notizia, sui giornali locali, per svariati arresti. Uno degli ultimi articoli su di lui racconta che evase dai domiciliari, si schiantò con la macchina usata per la fuga, insultò i carabinieri arrivati per i rilievi e si spacciò per il fratello. “Sono dei Casamonica, ve la farò pagare”, disse ai militari, indagato per questa frase anche per minacce. In carcere gli erano poi state notificate due ordinanze di custodia cautelare per vecchi reati legati alla necessità di procurarsi soldi per la droga.