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di Valter Vecellio

Italia Oggi, 29 novembre 2025

Nelle carceri italiane si consuma una vera e propria strage. Il livello di disperazione deve essere insopportabile, il gesto è meditato: si attende il momento opportuno, quando gli altri dormono. Poi si fabbrica una corda con un lenzuolo o i lacci delle scarpe. Infine, si cerca un punto che regga il peso del corpo, fin quando non arriva la fine… Sì: occorre essere davvero disperati, non vedere più possibilità d’uscita… Vai a sapere cosa può passare nella testa di un detenuto che decide di farla finita.

Fatto è che nelle carceri italiane si consuma una vera e propria strage. Solo quest’anno (e il 2025 non è concluso), si sono tolti la vita, ufficialmente, ben 72 detenuti. E per ogni detenuto suicida ce ne sono almeno dieci che ci provano, salvati dal pronto intervento dei compagni di cella o degli agenti della polizia penitenziaria… Solo negli ultimi giorni un detenuto si è impiccato nel carcere di Brindisi; un altro si è ucciso nel penitenziario di Pavia. Quasi sempre giovani, vai a sapere come sono finiti dove sono finiti. Certo, molti non erano stinchi di santo, tutt’altro. Si potrebbe essere tentati di dire: un delinquente in meno in circolazione…

Epperò, se questo è il ragionamento, almeno cambiamola la Costituzione, quell’articolo 27: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, devono tendere alla rieducazione del condannato”. Non sono solo i detenuti a patire. Nel solo 2025 si sono tolti la vita anche quattro operatori. L’ultimo a Cremona, impiccato nel suo ufficio. Alla base di quel gesto ci possono essere mille ragioni. Tuttavia si può escludere che le condizioni in cui era costretto a operare abbiamo fatto scattare una molla disperata?

Si fanno tante commissioni parlamentari d’inchiesta. Era appena finita la guerra e Piero Calamandrei propose di istituire una inchiesta sui suicidi in carcere. Non se ne fece nulla. A quasi cent’anni di distanza forse sarebbe il caso di dar seguito a quella proposta.