di Maurizia Campobasso*
Il Sole 24 Ore, 4 ottobre 2025
Lo Stato che nel punire non impedisce che il condannato muoia perde parte delle funzioni che giustificano la sua potestà punitiva”. Il monito del costituzionalista Carlo Ferruccio Ferrajoli deve essere un imperativo categorico per tutti coloro che quotidianamente hanno la responsabilità della cura e del sostegno delle persone, anche detenute. L’Istituto superiore di sanità afferma che i suicidi sono la tragica conseguenza di più fattori non del tutto prevedibili - individuali, biologici, genetici, sociali e ambientali - e non a caso l’Organizzazione mondiale della sanità evidenzia che il disturbo psichiatrico è uno dei fattori di rischio suicidario ma non il solo, quindi le politiche di prevenzione non possono essere limitate al piano sanitario ma devono farsi carico delle vulnerabilità ambientali, di contesto sociale, economico e relazionale della persona.
Un gioco di squadra che va fatto dentro e fuori le mura, che non dovrebbe iniziare e finire in istituto. Perché anche la liberazione può diventare un “fine pena mai” per chi rientra in un contesto sociale che è stato escludente prima e può diventarlo ancora di più dopo la detenzione. Bisogna conoscere la persona, le sue fragilità, i suoi problemi e le sue preoccupazioni. È un dovere di tutti, prima, durante e dopo la detenzione. Per farsene carico, è fondamentale mostrare un interesse umano e pratico che la persona sia in grado di percepire.
Una rete diffusa di attenzione che protegga nell’arco dell’intera esistenza. Faro del costituzionalismo penitenziario è il rispetto dei diritti inviolabili, primo fra tutti quello alla vita, valore fondamentale non negoziabile né soggetto a discrezionalità. Solo il riconoscimento e la garanzia di questi diritti rende la vita degna di essere vissuta. Per tutti è un percorso fatto di sfide, dolori, difficoltà, ostacoli ma anche di gioie, di crescita, di cambiamenti e di riscatti. Non deve mai diventare un bagaglio del quale si abbia la tentazione di disfarsi se non si intravedono traguardi raggiungibili e opportunità da cogliere.
Sono troppi i diritti che spesso restano teoria per chi vive una realtà fatta di rifiuto ed emarginazione. La “detenzione sociale”, spesso origine della detenzione carceraria, resta una strada segnata per chi è partito svantaggiato. È superficiale sostenere che sia il carcere la sola causa e l’origine della disperazione che porta al suicidio. È altrettanto necessario superare l’approccio clinico e patologico del disturbo psichico per cogliere la natura multifattoriale del disagio biopsico-sociale, anche legato alla non colpevole e diffusa analfabetizzazione civica ed emotiva. Spetta allo Stato, e a ciascuno di noi, includere ogni persona facendola sentire una risorsa e non un peso. O peggio un pericolo. Ci deve essere un vero passaggio di testimone dall’esecuzione penale alla scarcerazione. L’accoglienza in carcere deve essere confermata anche all’esterno perché il detenuto non si senta “un vuoto a perdere”, un soggetto di cui la società farebbe volentieri a meno.
*Dirigente penitenziario










