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di Marina Lomunno

La Voce e il Tempo, 9 settembre 2022

L’estate che ci lasciamo alle spalle, oltre che per la guerra in Ucraina e la siccità, rimarrà tristemente negli annali per l’alto numero di suicidi nelle carceri italiane: sono 59 finora i detenuti che nel 2022 si sono tolti la vita dietro le sbarre.

Un numero mai così alto negli ultimi decenni e che coinvolge anche i penitenziari piemontesi. Segno di un malessere che sta diventando un problema sociale perché - oltre ai reclusi - riguarda anche gli agenti penitenziari. In carcere non si vive bene e un numero così imponente di ristretti che si uccidono ci dice che l’articolo 27 della nostra Costituzione, in cui si afferma che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, non è efficace.

“Nelle 13 carceri per adulti presenti in Piemonte” commenta Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti “abbiamo registrato 4 morti per suicidio nel 2019 e 4 nel 2020, mentre nel 2021 sono stati 3, tutti italiani (a Cuneo, Novara e Ivrea, rispettivamente di 41, 24 e 39 anni). Per i primi sei mesi del 2022 eravamo a zero in questa tragica classifica, ma la calda estate che stiamo concludendo e che ha fatto registrare un picco di suicidi in tutta Italia, ha fatto sentire le sue negative influenze anche in Piemonte, con i due suicidi di Torino, un pakistano di 38 anni e un italiano di 24 anni”.

L’amministrazione penitenziaria e quella sanitaria regionale hanno all’ordine del giorno attività, azioni e attenzioni al fenomeno: “ma certo nessuno può ritenersi soddisfatto degli esiti del lavoro fatto, con protocolli (nazionale, regionale e locale) e con la definizione di équipe multiprofessionali in ciascun istituto predisposte a monitorare le situazioni a rischio per prevenire i gesti anticonservativi” prosegue Mellano.

“Gli atti autolesivi, i tentativi di suicidio e le morti autoimposte sono un faro che illumina la dimensione di disperazione che il percorso detentivo determina, in un ambiente di tensione, degrado, mancanza di speranza e di senso che finisce per contagiare anche gli operatori: non a caso la polizia penitenziaria è il corpo delle forze dell’ordine in Italia con il più alto tasso di suicidi”. Cosa di può fare mettere fine a questa ecatombe?

“Solo con la sinergia delle amministrazioni e delle professionalità che animano la comunità penitenziaria, nello sforzo costante di dare un senso costituzionale alla pena, che deve essere volta verso il reinserimento sociale e lavorativo” risponde Mellano “ma occorre anche tentare un percorso di innovazione sia per le attività e le procedure della vita quotidiana in carcere, sia nella responsabilizzazione dei detenuti, con la formazione degli stessi nell’assistenza ‘peer to peer’”.

Il grido di dolore di queste morti estive, stagione sempre a rischio come le festività, fa appello Mellano “sia ascoltato dai decisori politici e istituzionali, fosse anche soltanto per non lasciare soli gli operatori che lavorano nelle trincee delle prime fila, a cui occorre assicurare strumenti e formazione adeguata, poiché la morte di una persona in custodia lascia inevitabilmente strascichi e pesi in tutta la comunità ristretta, fatta di detenuti e di lavoratori”.

“L’età media dei detenuti in questi anni si è abbassata” aggiunge Roberto Gramola, volontario della Caritas diocesana “e sono sempre di più i giovani che commettono reati senza la consapevolezza che rischiano la detenzione: così entrano in carcere senza sapere cosa li attende e chi è così fragile e senza i fondamenti della vita ‘civile’ non regge la privazione della libertà.

Sovraffollamento, strutture obsolete, mancanza cronica di personale medico, psicologi ed educatori fanno del carcere un luogo dove chi è sofferente nell’anima soccombe fino al gesto estremo di togliersi la vita. Occorre che al più presto che l’amministrazione penitenziaria affronti il vuoto educativo delle nostre galere che devono diventare istituti dove ci si prepara a tornare a vivere legalmente non a morire”.