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di Mauro Gentile

La Voce e il Tempo, 28 dicembre 2024

Sono 86 caselle sottolineate con un pennarello rosso e indicano le giornate nelle quali una persona detenuta in una delle carceri italiane si è tolta la vita, mentre le sette segnate in blu ricordano le date in cui a suicidarsi è stato un agente della polizia penitenziaria. È il tragico calendario dell’anno che si sta concludendo con cui si chiudono le pagine del dossier “Morire di carcere - raccolta di riflessioni sui suicidi in carcere 2024”.

La pubblicazione - che raccoglie in forma sintetica gli interventi di coloro che hanno preso parte a una serie di iniziative promosse nel corso dell’anno dall’Ufficio della garante delle persone private della libertà personale della Città di Torino, organizzate allo scopo di discutere e soprattutto di sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno dell’elevato numero dei suicidi in carcere e sulla drammaticità della vita delle persone recluse negli istituti di pena del nostro Paese - è stata presentata dalla garante Monica Cristina Gallo giovedì scorso nella Sala Rossa di Palazzo Civico.

L’occasione il tradizionale incontro di fine anno del Consiglio comunale di Torino con i giornalisti. Perché una serie di incontri sui suicidi negli istituti di pena e la pubblicazione del dossier “Morire di carcere”? (alla campagna di sensibilizzazione ha preso parte anche il nostro giornale). “Perché non possiamo restare indifferenti a quello che sta succedendo nei nostri penitenziari. C’è un malessere diffuso e ovviamente incidono tantissimo le condizioni degradate e fatiscenti del nostro carcere: non si può fare la doccia in ambienti ammuffiti, non si può pensare di condividere la cella con una persona che ha altre abitudini o una cultura diversa e non si può neanche pensare che il contributo dei volontari possa risolvere le criticità che ormai sono diventate così tante e così importanti”.

Parole, tra quelle riportate dalla pubblicazione, che evidenziano che cosa in parte sta all’origine delle criticità che, purtroppo spesso si sono trasformate in tragedia. Cosa fare per uscire da questa terribile spirale di acuta sofferenza dietro le sbarre che miete vittime sia tra le persone in stato di reclusione, sia tra gli agenti della polizia penitenziaria? Per Benedetta Perego dell’Associazione Antigone, “bisogna dare un senso alle giornate di detenzione con concrete opportunità che non possono essere fermate dalle burocrazie e dai limiti degli istituti stessi, bisogna agevolare e incentivare i collegamenti con l’esterno, i rapporti affettivi, colloqui, chiamate, videochiamate quotidiane, permessi e non permettere che dei trasferimenti per mere questioni organizzative allontanino famiglie da persone detenute; modernizzare e umanizzare luoghi critici, come quelli dedicati ai nuovi ingressi. Occorre inoltre migliorare e modernizzare le articolazioni per la tutela della salute mentale in carcere che non sono adeguate al loro compito”.

Negli interventi raccolti dal dossier, più di un relatore segnala nell’alto numero dei detenuti rispetto ai posti disponibili una delle maggiori cause del disagio e anche delle conseguenze ben più gravi. “I tassi di sovraffollamento” evidenzia Andrea Natale di Magistratura Democratica “non consentono di tutelare la salute delle persone e i loro reinserimenti, di garantire, permettere e rafforzare il reinserimento sociale delle persone. L’azione di rieducazione è impossibile in carceri sovraffollate con percorsi detentivi sovrapposti l’uno all’altro che rendono impossibile un serio lavoro sulla vita delle persone.

Tutto questo è tradimento della promessa costituzionale”. “Siamo tornati nelle stesse condizioni per cui l’Italia era stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo” aveva sottolineato il Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della Regione Piemonte, Bruno Mellano “Le condizioni sono identiche, le questioni sono uguali, le persone sono chiuse in stanza venti ore su ventiquattro, le attività ci sono ma non raggiungono la totalità dei detenuti, e le condizioni degli istituti sono le stesse, anzi peggiorate da decenni di sovraffollamento”.

Per superare le criticità, il sistema penitenziario, da quanto emerge dal dossier, ha bisogno di urgenti interventi nelle strutture, colmare gli ampi vuoti degli organici della Polizia penitenziaria e delle altre figure professionali che operano all’interno degli istituti di pena, forse anche di qualche intervento legislativo. Ma non solo, perché, pensando al percorso giudiziario e penale nel suo complesso, occorre anche e sempre agire con umanità, pietas, come ricordava nel suo contributo l’avvocato Roberto Capra, presidente della Camera Penale “Vittorio Chiusano”.

“Se non c’è una componente di umanità non si va da nessuna parte, perché tutti possono fare delle scelte legittime ma se la scelta di chi è chiamato a decidere non è caratterizzata anche da un po’ di umanità, pietas, attenzione al profilo dell’errore e alla volontà che impone anche la Costituzione di recuperare questa persona, ma ancor prima di recuperare di attenzione verso chi ha sbagliato cercando di capire anche perché si è arrivato a commettere determinati errori, non si va da nessuna parte”.