di Lorenzo Zacchetti
milanotoday.it, 7 aprile 2025
Youssef Mokhtar Loka Barsom è morto a soli 18 anni, bruciato vivo all’interno di un carcere nel quale non sarebbe nemmeno dovuto entrare. Risale allo scorso settembre la tragica fine del giovane egiziano, giunto in Italia come minore non accompagnato, dopo essere passato per il calvario della Libia e dei trafficanti di esseri umani. Un ragazzo, peraltro, affetto da problematiche psichiche conclamate che lo rendevano non pericoloso per gli altri, ma certamente per sé stesso. La sua condizione avrebbe dovuto evidenziare l’inopportunità della detenzione a San Vittore, dove l’incendio di un materasso, probabilmente dovuto a un tentativo di rivolta, gli è costato la vita. Non si tratta di un macabro scherzo del destino e nemmeno di un caso isolato.
L’assurdità della morte di Youssef si iscrive in uno scenario nel quale le carceri per adulti finiscono per ospitare persino i minorenni. È il caso della Dozza di Bologna che, già sovraffollata di suo, dallo scorso 24 marzo accoglie anche 50 ragazzi provenienti da istituti minorili di tutta Italia. Una scelta dovuta alla mancanza di spazi alternativi e quindi fatta in blocco, nonostante la normativa che prescrive che i trasferimenti debbano sempre essere individuali. Non è servita a nulla la vibrata protesta della A.I.M.M.F. (Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia), la quale ha stigmatizzato una decisione in netta antitesi anche con la territorialità della pena, elemento fondamentale per la rieducazione del soggetto.
Tra i magistrati, è altrettanto critico sulla scelta Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone limitate nella libertà personale della Città Metropolitana di Milano. Nel corso di una audizione presso la Commissione Carceri di Palazzo Marino, ha sciorinato una serie di dati raggelanti, riguardanti tanto i detenuti adulti quanto i minorenni. Il tratto comune a entrambe le fasce di età sta in quelle “condizioni inammissibili” di detenzione che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha citato come causa primaria dei suicidi tra i detenuti. Nel 2024 se ne sono verificati addirittura 90, un dato molto più alto rispetto alla media dell’ultimo trentennio.
E il 2025 potrebbe chiudersi con un bilancio persino più tragico: solo nel primo trimestre si sono già uccisi 25 detenuti e di questo passo il record sarà inevitabilmente da aggiornare. A questo dato vanno aggiunti quattro decessi per malattia, 18 per cause ancora da accertare e un’impennata dei casi di autolesionismo, dei quali è persino difficile tenere il conteggio. Il più recente dei 25 suicidi ha colpito profondamente Maisto.
Si è trattato di Francesca Brandoli, 52 anni, che per l’omicidio del marito stava scontando l’ergastolo a Bollate. La donna aveva ottenuto l’accesso ad alcuni benefici, tra cui quelli lavorativi, e già nel 2015 aveva collaborato ad Expo, per poi prestare servizio anche fuori dal carcere. Quest’ultimo privilegio le era stato recentemente revocato, ma la sua reazione rabbiosa nei confronti di una punizione che le pareva ingiusta aveva rassicurato il Garante, che l’aveva incontrata 15 giorni prima del suo suicidio. Nulla gli aveva fatto pensare di trovarsi di fronte a una persona così depressa da essere in procinto di togliersi la vita. Sarà l’inchiesta a fare luce sulle cause, ma lo sconcerto di un magistrato che ne ha viste davvero tante non può lasciare indifferenti.
Non solo. Impressiona il fatto che tali tragedie si verifichino anche in un carcere per molti versi considerato un modello come quello di Bollate, mietendo vittime anche tra persone inserite in percorsi rieducativi strutturati, come nel caso in questione. Lo sconcerto diventa angoscia se si allarga lo sguardo ai tre carceri milanesi e ai rispettivi dati di sovraffollamento: Chi sono i detenuti nelle carceri di Milano Il 57% delle persone ristrette nelle carceri meneghini è composto da cittadini italiani. A livello lombardo la percentuale di stranieri sale al 45% (4.039 detenuti su 8.890), ma comunque rimanendo molto più bassa rispetto a regioni come Trentino e Val d’Aosta.
È molto rilevante la percentuale di tossicodipendenti, che si attesta al 40,14% nella popolazione complessiva dei tre istituti meneghini per adulti (50,5% a San Vittore; 38,3% a Opera e 33,72% a Bollate). A fronte di questi numeri in preoccupante crescita, colpisce il fatto che la Polizia Penitenziaria sia nettamente sotto organico. A livello regionale mancano 800 agenti, pari al 14% del totale. A San Vittore tale carenza sale al 29,5%. Allargando lo sguardo alle altre figure professionali che compongono il personale carcerario, la logica conseguenza è che il tempo che si può dedicare a ciascun detenuto sia molto ridotto, rispetto al passato.
Tale dicotomia spinge Maisto a porre un tema di indirizzo politico: “È fondamentale adeguare il numero degli addetti all’aumento dei detenuti. Se si vuole continuare ad avere un numero così alto di persone in carcere bisogna fare delle scelte conseguenti, altrimenti si va al massacro”. Tuttavia, il Garante non ne fa una questione di parte, ricordando che l’ultimo condono, voluto nel 2006 dal Governo Prodi, fu votato anche da Berlusconi, allora capo dell’opposizione.
Edilizia carceraria e paradossi - La questione è di pura logica: se non si adottano provvedimenti per ridurre l’affollamento carcerario, ma anzi si continuano a introdurre nuovi reati nel Codice penale, quantomeno bisogna edificare spazi degni per un’esecuzione della pena che rispetti i diritti umani. Il Governo Meloni ha preso posizione aprendo un bando finalizzato all’aumento di 384 posti detentivi, attraverso misure di ampliamento da realizzare in nove istituti distribuiti sul territorio nazionale, Lombardia compresa. Ma in cosa consistono questi interventi?
Nella messa in opera di “blocchi detentivi” prefabbricati, ognuno dei quali composto da 24 posti letto, per un esborso complessivo di 32 milioni di euro, ovvero circa 83.000 euro a posto. Due blocchi saranno destinati al carcere di Opera, aggiungendo così 48 posti che purtroppo non basteranno a risolvere il sovraffollamento sopra descritto. E non è tutto: le stanze di pernottamento per quattro detenuti misurano 30 metri quadri, dai quali però vanno sottratti i tre metri quadri destinati al bagno, nonché lo spazio occupato da letti, tavoli monoblocco e sedie, tutti fissati al pavimento per ragioni di sicurezza, con limitazioni di movimento che Maisto giudica “peggiorative rispetto a qualsiasi carcere”.
Occorre sottrarre anche lo spazio riservato all’angolo di preparazione dei pasti, sul quale il Garante rileva anche l’assenza di indicazioni in merito all’uso di piastre a induzione per le cucine. Tale scelta consentirebbe di evitare l’uso di fornelletti a gas e altri strumenti di uso comune, che in caso di rivolte e disordini si trasformano facilmente in armi. Conti alla mano, il consigliere del Pd Alessandro Giungi evidenzia il rischio di scendere sotto i tre metri quadri che rappresentano lo spazio minimo di movimento da garantire a ciascun detenuto, secondo normative che nel nostro Paese sono state frequentemente violate.
In merito a Opera, inoltre, l’esponente Dem (vicepresidente della Commissione) rileva come l’arrivo dei blocchi detentivi impedirà la prosecuzione dei lavori di ampliamento predisposti dall’apposito progetto dell’Università Statale. Un intervento, peraltro, che a sua volta aveva interdetto l’uso del campo di calcio in precedenza destinato ad attività sportive e di socialità: anche la squadra del Comune vi ha preso parte a diverse iniziative pensate per far sentire i detenuti più inseriti nel tessuto sociale. Il libro nero delle case circondariali Un paradosso kafkiano?
Sì, ma c’è persino di peggio. Nella lunghissima lista delle problematiche rilevate dal Garante durante le sue visite alle carceri milanesi si trovano anche allagamenti, campanelli di allarme non funzionanti nelle zone mediche, cibo di scarsa qualità o comunque non corrispondente agli ordini, prodotti acquistati da parte dei detenuti regolarmente pagati e mai consegnati, oppure - massima beffa - arrivati a destinazione dopo che gli interessati erano stati scarcerati.
L’elenco è ancora molto lungo, al punto da rendere necessario un focus specifico per ciascuna casa circondariale, Beccaria compreso. In sede di Commissione si è ribadita la necessità di organizzare una seduta del Consiglio comunale a San Vittore. In realtà, sono ben due anni che si sta cercando di organizzare la seduta, ma l’uscita di scena del direttore, sostituito da una reggente, ha complicato il percorso. Una considerazione che spiega molto del problema, ma non certo tutto: il nostro viaggio nell’infermo delle carceri milanesi è appena cominciato.











