di Antonio Nastasio*
bergamonews.it, 14 agosto 2023
In questi giorni i suicidi in carcere si rinnovano con la stessa precisione matematica di sempre, come fatto ripetitivo che rimane stampato nella memoria ma che si vuole sia solo un ricordo, quindi un fatto ripetibile. Oggi ero sulla tua tomba di un giovane suicidatosi in carcere l’anno in corso: “Non ti ho conosciuto né ho ascoltato la tua storia, né dato soccorso alla tua richiesta di aiuto, neppure ho visto le tue lacrime o sentito il tuo imprecare; sono alla tua tomba per chiederti scusa, e con te a tutti i suicidi nelle carceri, per quanto non si è fatto, per quanto ti è stato tolto, sulle manchevolezze, troppe, enormi e non scusabili.
Dai giornali emerge il sentimento momentaneo di sdegno, che avvolge tutti, ma poi presto è dimenticato. Sono davanti alla tua tomba, persona sconosciuta, ma che rappresenti tutti quei visi ignoti che come te non hanno potuto, saputo, voluto dire sì alla sopportazione ed alla vita. Sono sulla tua approssimativa tomba, dove una madre ha posto in un vaso di marmellata vuoto dei fiori ancora non del tutto appassiti, scrivendoci il tuo nome e le date di nascita e di morte e il nome, mamma, per rassicurarti che lei non ti aveva mai abbandonato anche in quel momento fatale del no alla vita.
Se si avesse il senso della responsabile consapevolezza, dovrebbe sorgere il rimorso per non aver riconosciuto o affrontato adeguatamente i segnali di sofferenza, tue e delle altre persona che come te hanno attuato un gesto innaturale per affermare il loro basta.
Penso a te che nell’affrontare il suicidio, avevi tanta rabbia e frustrazione verso il sistema carcerario e la sua immutabilità che non poteva far altro che portarti a questa soluzione, di un carcere che è mancato al dovere di fare di più per aiutarti, o sostenerti nel tuo grido di aiuto e nel momento che precede il suicidio, un momento breve ma sufficiente da individuare per mettere in atto l’aiuto. La tua vita l’hai terminata in una cella, che dicono sovraffollata, ma non tanto per permettere a te e agli altri di suicidarsi”.
Sulla tua tomba di un giovane suicida, quali ammonimenti e riflessioni possono servire come monito potente per superare le sfide dell’abbandono; quali riflessioni per dare vita ad una sensibilizzazione sull’ altalenante interessamento alla situazione detentiva e sulla prevenzione al suicidio, atto ormai sorto a stillicidio continuo e quotidianamente ripetuto in carcere?
Meglio: le carceri sono strutture in grado di risanare se stesse o invece questo è il momento per riconoscere il fallimento istituzionale e passare la mano ad altre realtà? Perché non chiedere al contesto esterno Locale e Sociale quella collaborazione ben presente nell’Ordinamento Penitenziario del 1975, considerato ingiustamente vetusto e da accantonare?
Non si tratta di fare nuove leggi, ma solo di attuare i due punti focali dello stesso: l’offerta di servizi e la territorializzazione della pena.
Posso dire con cognizione di causa, in quanto presente all’epoca, che l’offerta di servizio non è da intendersi come una modalità organizzativa interna delle carceri ma una complessità di interventi da affidare a una Agenzia che comprendesse sia l’organizzazione carceraria ma anche l’Ente Locale, che per statuto offre servizi, e il Privato Sociale che li attua.
Questa modalità operativa attua la territorializzazione della pena considerata solo come un modo per tenere il ristretto in un carcere vicino casa, ma la partecipazione diretta dell’Ente Locale e del qualificato Privato Sociale nella gestione della pena.
Un altro punto che non può essere dimenticato è il contenitore carcere dove si espia la pena o la restrizione della libertà personale, non lo si può pensare senza considerare che altre strutture pubbliche dismesse come ex caserme o ex ospedali possono offrire medesime opportunità custodiali ma con una offerta di servizi più celere, fondamentale nell’ azione preventiva nei casi di suicidio, e diversificata per la presenza di più figure professionali e meno legate ai ritmi lenti del carcere.
“Dinanzi alla tua tomba penso che se tu fossi stato ristretto in un contesto diverso dal carcere non ti saresti suicidato, e sento il peso di non aver saputo gridare il vostro diritto ad essere ascoltati, di vivere per voi e per gli altri ricordando che un solo suicidio non rappresenta il fallimento di un momento ma di tutto il contesto”.
Ora è il Ministro della Giustizia Nordio a chiederlo, e questo è per chi scrive un indiretto riconoscimento di una sua proposta formulata nel giugno 2008, Progetto Casa Giustizia, non accolta in quanto anticipava i tempi e intaccava potentati che a tutto pensano, escluso a chi vive e opera nella sezioni delle carceri italiane.
*Ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria, in quiescenza










