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di Stefania Cirillo

metropolitanmagazine.it, 2 febbraio 2026

Sono state sufficienti 72 ore per assistere a un aumento dei suicidi nel primo mese dell’anno. Il bilancio ammonta a cinque detenuti che si sono tolti la vita dietro le sbarre. Il 28 gennaio, a Padova, un uomo di 74 anni. Trentasei ore dopo un uomo di 36 anni è morto impiccato nel bagno della sua cella. Contemporaneamente, a Firenze un ragazzo di 29 anni è morto dopo essere stato trovato in cella con un lenzuolo legato al collo. Un bilancio preoccupante che mette in luce il sintomo di un sistema che ha smesso di gestire persone per limitarsi a stoccare corpi. Nelle carceri, l’umanità e la rieducazione ora sono concetti astratti.

Se l’obiettivo è il contenimento, il risultato è agghiacciante - Il progresso che ha accompagnato il sistema penitenziario ne ha modificato la struttura, trasformando un luogo puramente punitivo in un luogo rieducativo. Nonostante l’articolo 27 della Costituzione sancisca dal 1947 che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, sono stati necessari trent’anni prima che venisse inglobata. Tuttavia, dopo cinquant’anni dalla Riforma Penitenziaria (Legge 26 luglio 1975, n. 354), l’inadeguatezza riaffiora con maggior forza. Le carceri, oggi, mirano al contenimento e alla de-socializzazione. Non è un caso che la recidiva, per chi sconta interamente la pena in carcere, sia del 70%. Chi ha l’opportunità di accedere a misure alternative, invece, scende al di sotto del 20%. Il contenimento in cella è solo temporaneo: senza reinserimento, il carcere restituisce alla società persone più incattivite e marginalizzate, trasformando la sicurezza in una pericolosa illusione.

Giuseppe, l’uomo di 74 anni, ne è la prova più cruda. Dopo quarant’anni di carcere a Padova, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha ritenuto che la “razionalizzazione degli spazi” fosse più importante, annunciando la chiusura della sezione Alta Sicurezza 1 (AS1). Giuseppe, che con il tempo era riuscito a trovare un frammento di umanità, era stato inserito tra i 22 detenuti destinati al trasferimento. Per l’uomo la perdita dei contatti con i volontari che lo seguivano e il lavoro nel laboratorio di cucito hanno rappresentato un’ulteriore condanna. Una rieducazione che stava sortendo effetti è stata svalutata per mere questioni logistiche. Il Garante dei detenuti, inoltre, aveva segnalato possibili effetti “devastanti” con lo spostamento di uomini anziani e radicati in percorsi lavorativi. La risposta a questa segnalazione, purtroppo, è scritta nel silenzio della cella: Giuseppe, poche ore dopo aver ricevuto la conferma ufficiale del trasferimento, è stato trovato privo di vita.

Il carcere smette di rieducare e diventa discarica sociale - I suicidi a cui abbiamo assistito esclusivamente nelle ultime ore ci mostrano che non stiamo parlando di un errore del sistema, ma è il sistema stesso che funziona così. Una deriva già teorizzata dal sociologo Loïc Wacquant, in cui il carcere smette di essere un’istituzione rieducativa per trasformarsi in una discarica sociale. Un luogo in cui non si progetta il futuro, ma si stocca e, infine, si dimentica. Se il successo di un reinserimento può essere cancellato da un’esigenza di spazi, allora la rieducazione non è un obiettivo reale. Diventa solo un intralcio alla gestione burocratica di vite considerate ormai superflue. Non è un caso, è un sistema fallimentare. Ogni volta che un detenuto viene marginalizzato, privato, denigrato o sottoposto a trattamenti inumani, la società fallisce. Ogni volta che un detenuto vede nel suicidio l’unica soluzione, il sistema fallisce.

L’Italia è stata già condannata nel 2013 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni inumane o degradanti delle nostre carceri. E, come riportato da Antigone, i numeri con il tempo sono solo peggiorati. Nel 2024, infatti, “i Tribunali di sorveglianza hanno accolto 5.837 istanze da parte di persone detenute, riconoscendo loro condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani sulla proibizione della tortura”. Il sovraffollamento che conta ad oggi 63.000 persone detenute, a fronte dei 46.000 posti regolari, annuncia il peggioramento di una situazione già estrema. Dietro i numeri di questa “discarica sociale”, restano solo le lenzuola annodate e il silenzio di chi non ha trovato altro modo per tornare libero.