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di Samuele Ciambriello*

Ristretti Orizzonti, 1 febbraio 2026

“Due suicidi di persone detenute nel carcere Due Palazzi di Padova nell’arco di 36 ore: il primo in Alta Sicurezza il 28 gennaio, in concomitanza e in conseguenza della chiusura di quella sezione e del trasferimento di tutte le persone ristrettevi da anni (o decenni, come nel caso in oggetto, una persona di 73 anni, ergastolano in detenzione da più di tre decenni); il secondo, la sera del giorno successivo: un giovane di 33 anni detenuto in una sezione chiusa della Media Sicurezza. Due tragici eventi che ci interrogano sulle condizioni in cui versano i nostri istituti penitenziari, anche i migliori, e sul senso e sulle modalità con cui avvengono queste operazioni decise dal DAP, che ridisegnano il sistema lasciando però terra bruciata.

Anzitutto rileviamo la fulmineità con cui si effettuano i cambiamenti: nell’arco di pochi giorni viene comunicata la chiusura di intere sezioni e il trasferimento verso mete indefinite di tutte le persone che vi si trovano. A Padova sono intercorsi due giorni da quando l’operazione è stata comunicata agli interessati a quando è stata realizzata. Il tempo di frettolosi saluti agli operatori, ai compagni di sventura, ai volontari che magari da anni seguivano i reclusi nelle attività. Il tempo di preparare le “proprie cose” per il trasloco verso l’ignoto e di prendere congedo da locali, pur espressione di un luogo reclusivo poco accogliente, diventati tuttavia familiari con il passare degli anni.

È la rottura di una consuetudine che, per alcuni, durava da decenni, fatta di attività trattamentali quali il teatro, la pittura, la scultura, la scrittura, il ricamo, lo studio, il lavoro, coltivate anche grazie all’opera assidua di tanti volontari e operatori penitenziari. L’Alta Sicurezza a Padova aveva avuto accesso a diverse opportunità, che avevano consentito di avviare processi importanti di cambiamento personale.

Questi percorsi, negli ultimi mesi, si erano andati contraendo per decisione del DAP: dal 2025 l’Alta Sicurezza era stata esclusa dalla partecipazione alla redazione del giornale Ristretti Orizzonti e dagli incontri con gli studenti; le stesse attività previste per la Media Sicurezza con la presenza di esterni, a partire da ottobre, prevedevano un’autorizzazione preventiva da parte del DAP, in tutta Italia, negli istituti in cui è presente l’Alta Sicurezza.

Tale sezione a Padova non ha mai dato problemi e molti reclusi godevano, per questo, di permessi concessi dall’Ufficio di Sorveglianza. Le condizioni di vita in Alta Sicurezza ultimamente contemplavano nuove restrizioni (pannelli di isolamento, rimozione di tende interne, controlli più serrati), che facevano percepire una chiusura sempre più simile al 41-bis, condizione che molti avevano già vissuto per anni prima della declassificazione.

Infine, la mazzata del trasferimento, non si sa dove, di persone in prevalenza anziane e con molti anni di carcere sulle spalle, sparse in vari istituti. C’è stato chi non ce l’ha fatta ad affrontare questo passaggio. È quanto pare stia succedendo in tutti gli istituti d’Italia.

Ci chiediamo a cosa miri la riorganizzazione in corso di tutti i circuiti da parte del DAP, visto che nulla in merito viene comunicato ai Garanti comunali, provinciali e regionali, spesso nemmeno ai Magistrati di Sorveglianza competenti, tantomeno alle associazioni del Terzo Settore che operano nel carcere.

Quello che è accaduto a Padova da diversi mesi sta accadendo inopinatamente in tantissime carceri italiane, dove vengono chiuse sezioni con detenuti che studiano, lavorano e vedono improvvisamente interrotti i propri percorsi di rieducazione e di inclusione. Si tratta di una regressione nei percorsi trattamentali in corso, una condizione che risulta inaccettabile anche dal punto di vista giuridico e che penalizza sia i diretti interessati sia chi ha investito tempo ed energie per costruire con loro relazioni e percorsi di cambiamento e risocializzazione.

Salta poi, per molti, la territorialità dell’esecuzione penale, con lo spostamento dei detenuti a centinaia di chilometri dai propri luoghi di residenza.

Possiamo solo presumere che, in una situazione di sovraffollamento come quella che il sistema carcerario sta vivendo, ciò sia dovuto a un tentativo di ricavare altri posti negli spazi esistenti, in attesa che vengano costruiti - chissà quando - nuovi istituti, e di restringere le condizioni detentive per alcune categorie di reclusi, senza tener conto dei vissuti individuali e dei percorsi di cambiamento intrapresi.

Il secondo caso verificatosi a Padova segnala come anche in Media Sicurezza vi siano condizioni di forte sofferenza dovute al crescente sovraffollamento, che provoca una progressiva carenza di spazi, personale e attenzione alle persone, specie alle più fragili. Non si è riusciti, in questo come in tanti altri casi, a intervenire su un giovane che manifestava un profondo malessere e chiedeva aiuto. Si trovava in una sezione ordinaria piena e chiusa, il luogo in cui avviene la stragrande maggioranza dei suicidi, prima causa di morte in carcere.

Denunciamo che un tale approccio alle problematiche dell’esecuzione penale, con le conseguenze che tutto ciò sta producendo sulla popolazione detenuta e sugli operatori, non pare in grado di condurre il sistema carcerario fuori dalla condizione di sofferenza e inadeguatezza in cui si trova da tempo.

Ribadiamo con forza che la via da percorrere dovrebbe essere anzitutto quella di riportare il sistema in condizioni di legalità costituzionale, riducendo le presenze attraverso misure straordinarie che consentano agli istituti di funzionare correttamente, come previsto dal nostro ordinamento. Siamo convinti che solo così si possano prevenire fatti drammatici come quelli a cui continuiamo ad assistere e che la vera sicurezza sociale si costruisca solo attraverso il rispetto rigoroso dei diritti umani e della legalità, anzitutto all’interno delle strutture dello Stato”.

*Portavoce della Conferenza Nazionale dei Garanti Territoriali delle persone private della libertà personale