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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 10 giugno 2024

Da settembre era nel carcere romano di Regina Coeli, ancora in attesa di giudizio per rapina e lesioni. Ha deciso di impiccarsi la notte del 4 giugno scorso. Eppure, aveva già dimostrato di essere fragile, compiendo atti di autolesionismo; per questo, almeno sulla carta, era a regime di massima sorveglianza. Ma in un carcere altamente sovraffollato, come il resto delle patrie galere, è praticamente impossibile garantire una sorveglianza adeguata. Come hanno spiegato Stefano Anastasia e Valentina Calderone, rispettivamente Garante dei detenuti del Lazio e di Roma, “la sorveglianza, grandissima o no che sia, ormai a Regina Coeli nel turno di notte è affidata a un numero di agenti che si contano sulle dita, mentre la conta dei detenuti arriva a 1.150 per 628 posti effettivamente disponibili, per un tasso di affollamento del 180%, il più alto nel Lazio e tra i più alti in Italia”.

Siamo giunti a 40 suicidi nelle carceri italiane (più uno in un Cpr) dall’inizio dell’anno. Un numero abnorme a cui però il governo rimane inerme. Chi dice che anche fuori le persone si suicidano, non valuta un parametro che prova la natura emergenziale del fenomeno. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il tasso di suicidio in Italia nel 2019 era pari a 0,67 casi ogni 10.000 persone. Nello stesso anno, il tasso di suicidi in carcere era pari a 8,7 ogni 10.000 persone detenute. Mettendo in relazione l’ultimo dato disponibile relativo alla popolazione detenuta (tasso di suicidi pari a 12 nel 2023) con quello della popolazione libera (tasso di suicidi pari a 0,67 nel 2019), vediamo l’enorme differenza tra i due fenomeni: in carcere ci si toglie la vita ben 18 volte di più rispetto alla società esterna. Quando si concluderà l’anno in corso, il dato potrebbe risultare ancora maggiore. Parlare, quindi, di ecatombe carceraria, non è un’esagerazione.

Dunque, che fare? Ci viene in aiuto l’ultimo dossier dell’associazione Antigone, che propone una serie di interventi concreti, che spaziano dalle misure alternative al miglioramento della vita all’interno degli istituti, all’apertura verso l’esterno, con particolare attenzione alle fasi più delicate della detenzione. Per contrastare il senso di isolamento e marginalizzazione, è essenziale incrementare le attività lavorative, formative e culturali disponibili per i detenuti. Un altro passo fondamentale è garantire una maggiore libertà di comunicazione con l’esterno, aumentando il numero di telefonate e prevedendo colloqui intimi, come stabilito dalla Corte Costituzionale.

Antigone propone di liberalizzare le telefonate, permettendo ai detenuti di mantenere un contatto più frequente e libero con i propri cari. Inoltre, è cruciale favorire il reinserimento sociale attraverso percorsi alternativi alla detenzione intramuraria, soprattutto per coloro che presentano problematiche psichiatriche o di dipendenza.

Per i ‘nuovi giunti’, è necessario creare reparti ad hoc che garantiscano un’accoglienza graduale, informazioni sui diritti e le regole, colloqui con psicologi e psichiatri e maggiori contatti con l’esterno. Investire risorse per umanizzare la detenzione significa anche migliorare le condizioni degli spazi e fornire un adeguato supporto psicologico. Un servizio di preparazione al rilascio è fondamentale per accompagnare i detenuti nel rientro in società, dotandoli degli strumenti necessari. È altresì importante garantire contatti umani significativi con il personale, anche per coloro che si trovano in isolamento o sottoposti a regimi più rigidi. Antigone sottolinea che è stato sicuramente importante incrementare gli stipendi degli psicologi che operano nelle carceri, ma c’è la necessità di integrare il loro lavoro in una più ampia programmazione riformatrice, volta a creare un sistema penitenziario più umano ed efficace.

Le proposte di Antigone rappresentano un passo fondamentale per affrontare l’emergenza suicidi in carcere. Un impegno concreto da parte delle istituzioni è indispensabile per garantire il diritto alla vita e alla dignità anche a chi si trova ristretto. Solo attraverso un sistema penitenziario attento ai bisogni individuali e aperto verso l’esterno sarà possibile ridurre il numero di queste tragedie. Abbiamo visto che il sovraffollamento non aiuta. Da qui la proposta di legge a firma del deputato Roberto Giachetti di Italia Viva, volta a intervenire con la liberazione anticipata speciale, cioè prevedere un temporaneo e ulteriore sconto di pena per ogni singolo semestre di pena espiata, anziché i 45 giorni previsti dalla liberazione anticipata disciplinata dall’articolo 54 della legge sull’ordinamento penitenziario. Ha subito un iter lentissimo tanto da aver avuto una battuta d’arresto, per poi essere calendarizzata in aula alla Camera per il 24 giugno. Sempre all’orizzonte il rischio di essere affossata, e una mano forte l’hanno data alcuni magistrati che, sentiti in audizione, hanno erroneamente definito “indulto” questa misura.