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di Giuseppe Muolo

Avvenire, 20 maggio 2026

Settantatré anni. Di cui oltre trenta trascorsi nella sezione di Alta Sicurezza della casa di reclusione di Padova. Pietro Giuseppe Marinaro si è tolto la vita lo scorso 28 gennaio. Aveva appena saputo che sarebbe stato trasferito di lì a breve. Non ha retto allo shock. Avrebbe perso all'improvviso tutti i suoi punti di riferimento. Pochi mesi prima, nel Centro di prima accoglienza dell’istituto penale per minorenni di Treviso, si era suicidato un minore straniero di soli 17 anni, arrivato in Italia dalla Tunisia. Tra le 106 persone che nell’ultimo anno e mezzo hanno deciso di farla finita in carcere, ci sono loro due. Il più vecchio e il più giovane in assoluto. Storie, non numeri. Punte dell’iceberg di un sistema, quello penitenziario, che vede crescere sia l’età media dei detenuti sia la presenza di giovanissimi. Ma che, soprattutto, sta cadendo a picco.

La popolazione detenuta continua ad aumentare. Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1%. In un anno è anche raddoppiato il numero dei bambini innocenti (da 11 a 26) in carcere con le loro madri. Dal 2022 è triplicato il numero delle persone sottoposte a regime di vita chiuso. Tra il 2018 e il 2024 sono quasi raddoppiati i ricorsi accolti dalla magistratura di sorveglianza per trattamenti inumani e degradanti. Oltre il 60% dei detenuti trascorre quasi l’intera giornata in cella. I numeri dei suicidi rimangono altissimi (82 nel 2025 e 24 solo dall’inizio del 2026).

Ma questa è solo una parte del quadro dell’orrore fotografato dal XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, dal titolo “Tutto chiuso”, realizzato attraverso 102 visite di monitoraggio svolte negli istituti penitenziari di tutta Italia dall’Osservatorio dell’associazione sulle condizioni di detenzione. Il quadro che emerge è quello di un sistema penitenziario sempre più lontano dal dettato costituzionale e sempre meno in grado di garantire sicurezza. Dal 2022 al 2025, denuncia il lavoro, il carcere si è chiuso al mondo esterno. Si sono moltiplicati gli istituti dove i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata in celle affollate e malmesse. Sempre più persone sono messe in isolamento e sorveglianza particolare. L'ingresso della società esterna negli istituti è sempre più ostacolato. Nelle sezioni di alta sicurezza si toglie la speranza. La gestione carceraria è affidata alla Polizia Penitenziaria svilendo il ruolo dei direttori. Mentre la figura dell’agente di Polizia Penitenziaria infiltrato sotto copertura toglierà fiducia e trasparenza al sistema. Un quadro che è alla base delle tensioni, degli atti di autolesionismo e dei suicidi, il 75% dei quali è avvenuto infatti in sezioni a custodia chiusa.

Una situazione, secondo il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, che “è il frutto di un accordo politico-elettorale con i sindacati autonomi di polizia penitenziaria che è stato siglato prima dell’elezione del Governo”. Nel cui programma, ha aggiunto Gonnella, “era presente la chiusura del progetto di sorveglianza dinamica che cercava invece di rendere il carcere un luogo di socialità. Adesso invece siamo tornati a un sistema premoderno di detenzione”. E i numeri del Rapporto raccontano proprio questo. L’emergenza più grande resta il sovraffollamento, che sta peggiorando negli ultimi mesi. Al 30 aprile 2026 erano 64.436 le persone detenute nelle nostre carceri, di cui il 4,4% era composto da donne e il 31,5% da stranieri. Nell’ultimo anno la popolazione detenuta è cresciuta di quasi 2.000 unità (439 in più solo da fine marzo). Nonostante il piano carceri promosso dal Governo, i posti disponibili nel sistema penitenziario sono diminuiti (-537 in un anno). Mentre il tasso di affollamento reale a fine aprile ha raggiunto il 139,1%. Sono ormai 73 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, 8 quelli in cui ha superato il 200%. Si tratta di Lucca, Foggia, Grosseto, Lodi, Milano San Vittore, Brescia Canton Monbello, Udine, Latina. Gli istituti che non hanno raggiunto il “tutto pieno” sono ormai solo 22 in tutta Italia.

Ancora: sono 26 i bambini nelle carceri italiane con le loro 22 madri detenute, 11 delle quali straniere. Al 30 aprile 2025, rileva l'associazione nel suo dossier, erano invece 11 i bambini che vivevano in carcere con le loro 11 madri detenute. A metà del 2025 aveva raggiunto le 19 unità: “Era un dato che avevamo previsto, a seguito dell'emanazione del decreto legge sicurezza che aveva cancellato l'obbligo del rinvio dell'esecuzione della pena per donne incinte o con prole inferiore a un anno di età” ricorda Antigone, parlando quindi di “un passo indietro rispetto ai miglioramenti registrati negli ultimi anni”. E tutto questo, sottolinea l'associazione, accade mentre i tassi di criminalità restano stabili (nei primi mesi del 2025 sono diminuiti dell’8%) e gli ingressi in carcere continuano a calare, così gli omicidi, i femminicidi e la custodia cautelare, che riguarda il 24,1% dei presenti. A crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal Governo, che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Preoccupanti, poi, i dati sulla recidiva. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte. È la dimostrazione di un sistema che non reinserisce: solo il 29,3% delle persone detenute lavora; l’85,6% di queste lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori; solo il 4,9% lavora per soggetti esterni; appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale; solo il 31% frequenta percorsi scolastici; appena il 3% è iscritto all’università.

A ciò si aggiunge il rallentamento del sistema delle misure alternative alla detenzione. Le prese in carico degli Uepe per l’affidamento in prova ai servizi sociali sono state nel 2025 24.627, in calo rispetto alle 26.151 del 2024. Lo stesso accade per la detenzione domiciliare, i cui nuovi casi sono passati da 14.247 nel 2024 a 13.519 nel 2025. Numeri che secondo l’associazione, dimostrano come gli istituti penitenziari non siano solo delle “discariche sociali”, ma anche delle “trappole sociali”. Per questo motivo, secondo l’associazione, la risposta non può essere l’edilizia penitenziaria. Il “Piano Marshall” per il carcere deve fondarsi sul reinserimento sociale.