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di Luigi Manconi

La Repubblica, 4 agosto 2022

L’interrogativo dopo la morte in Svizzera di Elena, malata terminale di cancro. Quando si parla di eutanasia e di suicidio assistito, la discussione pubblica e la controversia etica si addensano su un quesito cruciale: di chi è la mia vita? In altre parole, se sono io il titolare della mia esistenza fisica, psichica e spirituale, chi altri - se non io stesso - può decidere su di essa, sulla sua continuità o sulla sua fine?

È questa l’opinione di chi scrive e, secondo indagini demoscopiche scientificamente attendibili, di gran parte della popolazione italiana. Ma sono numerose le posizioni contrarie, dettate da motivazioni ragionevoli o futili, da argomentazioni complesse o superficiali, da considerazioni di natura religiosa, ideologica o politica (talvolta, meschinamente politica): comunque di cui tenere conto.

Tuttavia, una pronuncia della Corte Costituzionale del novembre del 2019 e più di una sentenza di tribunale hanno confermato un orientamento favorevole al principio dell’autodeterminazione. Ma la legge in materia, pur se più restrittiva della sentenza della Consulta, è stata bloccata - definitivamente, c’è da temere - dalla crisi di governo. La parola e la responsabilità tornano, di conseguenza, ai tribunali, all’iniziativa dei cittadini e delle associazioni, come la “Luca Coscioni”, e alle opzioni individuali. Ed è in questo quadro, significativamente arretrato, che si collocano le vicende di “Elena”, che ha concluso la sua esistenza in una clinica di Basilea, di Stefano Gheller, che ha chiesto di poter accedere alla procedura del suicidio assistito, e di “Antonio”, che attende ormai da molti mesi gli atti finali di quella stessa procedura. Nel primo caso, la scelta di “Elena” di recarsi in Svizzera era obbligata, in quanto la donna non possedeva uno dei quattro requisiti previsti dalla sentenza della Consulta: il fatto, cioè, di dipendere da trattamenti di sostegno vitale.

Eppure, va ricordato, una successiva sentenza della Corte di Assise di Massa (2020) ha dichiarato ammissibile il suicidio assistito anche nei casi di pazienti sottoposti “a qualsiasi trattamento sanitario, sia esso realizzato con terapie farmaceutiche o con l’assistenza di personale medico o paramedico o con l’ausilio di macchinari medici”. Ma Elena ha voluto evitare la “strada più lunga” (tribunale, azienda sanitaria, protocolli medici, procedure amministrative, resistenze burocratiche…), che per lei sarebbe stata “un inferno”, e ha scelto la “soluzione Svizzera”.

In ogni caso, al di là delle formulazioni giuridiche, evidentemente essenziali, delle sentenze dei tribunali, che ci si augura lungimiranti, e di una legge sempre più urgente, resta la domanda di cui si è detto all’inizio. E che si presenta, se pensiamo alla storia di Elena, con una ancora più profonda radicalità e nella forma di un quesito inesorabile: di chi è il mio dolore? È un interrogativo ancora più intimo e personale, nel senso che riguarda i primari fondamenti e sentimenti della soggettività umana. Il tema è quello della conoscenza e della decidibilità della sofferenza individuale: solo chi patisce può sapere la misura del proprio patimento e della sua intollerabilità. Ed egli solo può adottare una decisione in merito. Solo chi vive in prima persona il decadere del proprio corpo e della propria psiche e le pene lancinanti e non sedabili che comporta, e avverte la perdita di senso - ovvero di capacità di relazione e di esperienza - di una vita protratta artificialmente, è in grado di assumersi la responsabilità di porvi fine.

Qui siamo ancora prima di ogni questione di etica pubblica e di teologia morale: siamo nello spazio indicibile della più nuda soggettività, dove l’individuo è solo con se stesso e non può essere altrimenti. Non c’è, infatti, alcuna forma di affetto, coniugale o fraterno o amicale che sia, e alcuna forma di conforto, emotivo, intellettuale o religioso, che possano portare a condividere davvero quel dolore. Questo spazio, che può essere anche quello dell’angoscia più nera, precede ogni norma e ogni convenzione, ogni morale e ogni relazione, che non sia quella dell’individuo con se stesso e con la propria sofferenza. È questo il fondamento costitutivo dell’autodeterminazione che, prima di essere un concetto giuridico o una opzione politico-culturale, è un tratto antropologico ineludibile.

Il che non corrisponde, necessariamente, a uno stato di abbandono o di solitudine familiare o sociale. In tutte le vicende diventate pubbliche, che hanno portato all’aiuto al suicidio medicalmente assistito, il paziente si trovava all’interno di un sistema assai fitto di relazioni, di scambi, di comunicazioni; e dentro “mondi vitali” che lo hanno assistito, sostenuto e consolato, per quanto la consolazione risulti possibile in situazioni che si sanno ultime. Perché anche questo va detto: l’eutanasia non è “la dolce morte”, come ancora sciattamente si continua a scrivere. È, piuttosto, una scelta tragica che, in determinate circostanze, è inevitabile e profondamente umano assumere.