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di Maria Novella De Luca

La Repubblica, 29 aprile 2022

Antonio, tetraplegico a 43 anni dopo un incidente di moto è il secondo paziente ad aver fatto causa per ottenere il fine vita, previsto dalla sentenza Dj Fabo, mentre la norma arranca in Parlamento. “Ero libero come l’aria, ora sono paralizzato. Chi fa le leggi esca dal suo egoismo e pensi ai tanti come me”. Filomena Gallo: “Adesso non venga stravolto il pensiero della Consulta”.

Antonio ha il dono della leggerezza, nonostante tutto. “Mi piace guardare fuori verso i monti Sibillini, farmi portare sulla terrazza e respirare. Ricordare quanto era bella e libera la mia vita di ieri”. Otto anni fa, prima dell’incidente di moto, prima della carrozzina, tetraplegico e quasi immobile dal tronco in giù. “Il mio corpo è puro dolore, non ho speranza di miglioramento. Sono prigioniero di una non esistenza. Per questo voglio morire”. Snowboard, parapendio, una vita al massimo. Gli amici, le serate, la chitarra. Antonio, il secondo paziente italiano ad aver intrapreso la via giudiziaria per ottenere il suicidio assistito, dopo il caso di “Mario”, ci ha aperto le porte della sua casa nelle Marche, in una intervista via video.

Una grande barba, il sorriso aperto, la voce forte, diritto sulla sua carrozzina, gli occhi limpidi e pronti all’ironia. Antonio, nome di fantasia, 43 anni, oggi è in attesa che l’Asur Marche si pronunci sul suo diritto - o meno - di mettere fine alla propria vita, secondo i parametri fissati dalla Consulta con la sentenza su Dj Fabo.

“Noi stiamo per notificare all’Asur una nuova diffida, perché da ottobre del 2020 c’è stato un pronunciamento a gennaio, da un mese si sono concluse le visite di verifica, ma non è arrivato il parere del Comitato Etico. Intanto Antonio soffre ogni giorno di più”, spiega Filomena Gallo, Associazione Coscioni, nel team dei legali di Antonio. Il cui destino oggi incrocia quello della legge sul suicidio assistito. “Il testo della Camera si è già discostato molto dalla sentenza della Consulta. Il timore è che al Senato venga totalmente stravolto”.

E Gallo fa degli esempi concreti. “Sono esclusi i malati privi di sostegno vitale anche se con prognosi infausta e sono escluse le persone che non possono autosomministrasi il farmaco perché completamente immobili. Impone il passaggio per le cure palliative, cure che ad esempio Antonio rifiuta”. Antonio, la sua voce, il suo sguardo fermo.

Antonio, come sono le sue giornate?

“Aspetto. Faccio fisioterapia, ginnastica. Riesco a restare seduto per qualche ora in carrozzina, quando i dolori diventano insopportabili devono rimettermi a letto. Ogni giorno pranzo con i miei genitori. Vedo film, documentari di ciò che amavo. Correre in moto, fare snowboard, lanciarmi con il parapendio, il rombo dei motori. Partire, sempre. Per risentire il sapore di quei giorni metto le cuffie e ascolto hard rock”.

Lei sembra sereno, addirittura allegro.

Antonio ride. “Non ho rimpianti. Amavo il rischio. Quando mi sono risvegliato dopo l’incidente di moto, era il 14 giugno del 2014, ce l’ho messa tutta per sopravvivere. Così, com’ero. Con l’aiuto della mia famiglia abbiamo costruito questa casa senza barriere, con una palestra, una terrazza per respirare l’aria dei monti. Oggi non basta più”.

La sua condizione è peggiorata?

“Soffro in modo indicibile. La mia vita non ha più dignità. Dipendo dagli altri per ogni singolo gesto, per tutte funzioni quotidiane, sono legato a farmaci salvavita. Dipendere è ciò che mi fa soffrire di più, anche per un sorso d’acqua, io che ero libero come il vento. Quando ho capito che non sarei più migliorato ho deciso di morire. Due anni fa”.

Voleva andare in Svizzera?

“Sì, era tutto pronto. Dopo la sentenza su Dj Fabo ho scoperto che avrei potuto ottenere il suicidio assistito in Italia e ho chiesto assistenza all’Associazione Coscioni. Voglio morire qui perchè è il mio paese, così altri sapranno che possono farlo in Italia e non soli in Svizzera”.

La Consulta però ha bocciato il referendum sull’eutanasia, la legge sul suicidio assistito va a passi lenti.

“Ai politici vorrei dire: soffro in modo indicibile, il mio corpo è solo tormento e voi in Parlamento perdete tempo. Vi chiedo una cosa soltanto: uscite dal vostro egoismo, pensate a me e ai tanti come me, aiutateci a morire”.

Non ha paura?

“No. Non ne posso più. Sono già distaccato. Ho tanto affetto intorno, gli amici, i miei genitori, i miei fratelli. Saranno tristi, lo so, ma vedermi soffrire è ancora più dura”.

Lei dice che il dolore più grande è quello della mente...

“Per il corpo ci sono gli antidolorifici. Leniscono, almeno un po’. La mia mente, invece, è sempre la stessa, per fortuna, ma nulla placa la sofferenza per questa non vita. Però voglio essere lucido fino all’ultimo istante, per questo ho rifiutato le cure palliative che annebbiano il pensiero”.

Quindi lei si sta preparando all’addio...

“Prima di morire vorrei fare un viaggio nei i luoghi che amavo, riprendere la patente per guidare l’auto speciale che mi ero costruito. Salutare uno ad uno tutti gli amici. Sentirmi, ancora una volta, libero come il vento”.