di Antonio Scurati
La Repubblica, 20 giugno 2024
Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli rischiano 12 anni di carcere per aver aiutato un uomo di 44 anni affetto da sclerosi multipla a raggiungere la Svizzera per porre fine alla sua vita. Mentre scrivo queste parole, tre giusti sono alla sbarra. Giusti, coraggiosi e generosi. Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli rischiano fino a 12 anni di carcere per aver compiuto uno degli atti più pietosi che io riesca a immaginare: aver accompagnato un morente nel passo estremo.
Brotòs. Uomo, mortale. Nella lingua greca antica erano sinonimi. L’essere umano è “colui che muore” per tutta la vita perché vive nella piena consapevolezza di dover morire. Per questo motivo, tenere la mano al morente, finché è ancora se stesso, confortarlo, sostenerlo, fare la sua volontà, rappresentano ai miei occhi la più alta forma di pietà di cui siamo capaci. In questo gesto, vano e al tempo stesso inestimabile, si ricapitola l’essenza dell’umanità affermata non come dato bruto ma come valore.
Nelle prossime ore la Corte Costituzionale sarà chiamata a pronunciarsi sul pietoso aiuto fornito a Massimiliano, toscano 44enne affetto da sclerosi multipla. Massimiliano (detto “Mib”) fu aiutato da Marco Cappato, rappresentante legale dell’Associazione Soccorso Civile, da Chiara Lalli e Felicetta Maltese a raggiungere la Svizzera per accedere alla morte volontaria assistita. Per poter compiere liberamente il suo ultimo passo in questa vita, Mib era stato costretto a espatriare in Svizzera nonostante fosse totalmente dipendente dall’assistenza di terze persone per sopravvivere e affetto da una patologia irreversibile. Sebbene deciso a porre fine alla propria atroce sofferenza, in Italia Massimiliano avrebbe potuto incontrare ostacoli nell’accedere all’aiuto medico alla morte volontaria, diritto già riconosciuto da una sentenza del 2019 ma subordinato alla dipendenza da un trattamento di sostegno vitale inteso in senso restrittivo (come per esempio la ventilazione meccanica). Dopo averlo aiutato, Marco, Chiara e Felicetta si autodenunciarono ai Carabinieri di Firenze per l’aiuto fornito. Ora, se la Consulta dovesse riconfermare l’interpretazione restrittiva, Marco, Chiara e Felicetta andrebbero in galera per essere stati solidali con un essere umano morente e con la propria idea della dignità della vita umana su questa terra.
Sì, la dignità della vita. Non possiamo dimenticare, infatti, che attraverso secoli di lotte sanguinose le democrazie liberali dell’Occidente hanno affermato contro teocrazie e totalitarismi che i loro valori supremi sono racchiusi nel concetto di libertà individuale e di dignità personale, entrambe intangibili di fronte allo Stato e alla Chiesa. Come ho già scritto altrove, noi europei d’Occidente abbiamo imparato ad amare e a rispettare la singola vita non in quanto “sacra” - concessa e benedetta da un qualsiasi Dio - e non in quanto sussunta a una laica entità superiore - Stato, Popolo o Nazione - ma in quanto libera, assoluta, sovrana su sé stessa. Ne è discesa un’etica laica che, a mio modo di vedere, è un’altissima forma di amore e di rispetto della vita. Siamo noi, laici, atei e materialisti, noi che viviamo sotto un cielo disertato da Dio, a glorificare la vita di un amore disperato, struggente, incondizionato, proprio perché non crediamo in un’altra vita, in un suo possibile riscatto, terreno o ultraterreno che sia, e la nostra perorazione a favore del diritto individuale a concluderla in modo dignitoso, legale, civile, condiviso, in modo pietoso, è l’ultima, più estrema manifestazione di quell’amore e rispetto della vita individuale. I pro-vita siamo noi. Noi che la contempliamo nella sua incorreggibile finitudine, che ne compatiamo la sofferenza senza appello, la disperazione senza mercede.
Io la penso così. Mi rendo conto, però, che qui siamo nell’orizzonte aperto delle questioni di coscienza. Rispetto, dunque, in questo campo, le coscienze diverse dalla mia (e le invito al rispetto reciproco). Credo anche, però, che in una società aperta, nelle democrazie liberali, così come nessuno deve poter legiferare in nome di Dio, nessuno Stato dovrebbe imporre agli individui la propria legge sulle questioni ultime e sulle questioni prime. Inizio e fine della vita, alfa e omega, dovrebbero essere lasciate alla sovranità dell’individuo su sé stesso. Sono certo, infine, di una cosa: una legge che condannasse dei giusti alla galera in nome di una “interpretazione restrittiva” sarebbe una legge ingiusta.









