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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 15 giugno 2022

In attesa che si sblocchi il testo sul fine vita arenatosi al Senato, alcuni consiglieri tentano di “normare il nuovo servizio sanitario”. Il dem Amati: “Abbiamo il dovere di rispettare la sentenza della Consulta”.

Il giorno dopo della morte di Fabio Ridolfi, il 46enne tetraplegico di Fermignano (Pesaro-Urbino) che ha deciso di ricorrere alla sedazione profonda e continua e ha revocato il consenso alla nutrizione e alla idratazione artificiali, non riuscendo ad ottenere dalla Regione Marche l’accesso al suicidio assistito a cui pure aveva il riconosciuto diritto, arriva dal Consiglio regionale della Puglia la proposta di una legge regionale che norma l’”Assistenza sanitaria per la morte serena e indolore di pazienti terminali”. La proposta, avanzata per primo dal presidente della commissione Bilancio della Regione, l’avvocato Fabiano Amati (Pd), intende “organizzare il servizio sanitario pugliese” per fare fronte ad eventuali richieste simili a quella di Fabio Ridolfi, ed “eliminare ogni dubbio di tipo interpretativo sulla sentenza della Corte costituzionale 249 del 2009” (Cappato/Dj Fabo) che ha depenalizzato l’aiuto medico al suicidio e ha indicato la via per garantire un tale servizio pubblico in attesa di una legge ad hoc. Che nel frattempo si è però arenata al Senato.

“La possibilità di una morte dolce e serena per malati terminali si può garantire anche con legge regionale”, afferma il consigliere Amati. Perché, argomenta con il manifesto, il pronunciamento della Consulta del 2019 - che ribadisce concetti espressi già nell’ordinanza del 2018 che avvertiva il legislatore nazionale del diritto costituzionale negato - “è autoesecutivo”. Quella decisione “aggiunge una “nuova prestazione” assistenziale a carico del Servizio sanitario nazionale pubblico”. Il quale “ha il dovere di prestare l’assistenza e l’aiuto necessari per malati terminali o cronici alle condizioni elencate dalla Corte costituzionale”, puntualizza Amati che si definisce “credente” ma fermamente convinto che “chi legifera non può pensare a sé o alla sua opinione ma alla libertà che la sua legge realizza per gli altri”.

Fabio Ridolfi, per esempio, completamente immobilizzato da 18 anni per una tetraparesi, “dopo una lunghissima attesa - come spiega l’associazione Luca Coscioni che lo ha assistito legalmente - il 19 maggio scorso aveva ottenuto il via libera dal Comitato etico delle Marche che aveva verificato la sussistenza dei requisiti ma non aveva indicato le modalità né il farmaco che Fabio avrebbe potuto auto somministrarsi”. L’uomo non poteva più attendere perché il dolore fisico e psichico si era fatto insopportabile, e alla fine ha rinunciato alla sua battaglia civile e ha scelto di morire nel modo che avrebbe voluto evitare per non protrarre la sofferenza dei suoi cari. Nella regione che ha per assessore alla Sanità il leghista Filippo Saltamartini, l’accesso al diritto sancito dalla Consulta è ostacolato, come dimostrano i tre casi arrivati alle cronache (“Antonio” e “Mario”, prima di Ridolfi).

“L’azione della Regione Marche non è legittima - afferma il consigliere pugliese Amati - perché le Regioni, che possono essere concorrenti in materia dei principi costituzionali inderogabili, sono i gestori delle strutture sanitarie e hanno perciò il dovere di eseguire le disposizioni statali derivanti dalla sentenza della Consulta. Una legge regionale non può certo andare oltre i limiti imposti dalla Corte, come può fare invece il legislatore nazionale, ma può regolarizzare l’organizzazione del “nuovo” servizio”.

Non la pensa così il deputato M5S Nicola Provenza che insieme al dem Alfredo Bazoli è stato relatore del testo di legge sul fine vita (“sottodimensionato” rispetto alle indicazioni della Consulta) licenziato dalla Camera l’11 marzo e attualmente in stand by al Senato: “Non vorrei rivedere ciò che abbiamo vissuto durante l’emergenza pandemica, con 21 sistemi sanitari regionali che agivano in modo differente e autonomo”. Se la proposta dei consiglieri regionali pugliesi, Amati ed altri, “è un monito per rendere celere il percorso della legge che attende in Senato o vuole essere uno sprone per sollecitare chi, come le Marche, non si sta attenendo alle disposizioni della Consulta, allora ben venga. Ma - aggiunge Provenza - affinché si possa concludere l’iter del ddl, e come abbiamo sempre sostenuto, non bisogna strumentalizzare l’argomento con posizioni di parte. Il tema non va ideologizzato e non va innalzato il livello di conflittualità. Perché l’Italia deve dotarsi di una legge sul fine vita e casi come quelli di Fabio Ridolfi non devono più ripetersi. È una questione di civiltà. Di fronte a scelte che interrogano le nostre coscienze, dobbiamo garantire a tutti il diritto di poter compiere una scelta di dignità”.