di Simona De Ciero
Corriere della Sera, 20 febbraio 2026
L’ordinario di Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Torino: “Non si parla di fine vita perché non crea consenso. Burocrazia insensibile alla sofferenza umana”. Oggi il dibattito sul fine vita in Piemonte torna in aula. Per questo, il Corriere Torino ha voluto raccogliere l’autorevole punto di vista di Maurizio Ferraris, professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Torino.
Professore, il primo suicidio medicalmente assistito in Piemonte ha mosso profondamente la società civile. La politica, invece, fatica a parlarne e prendersi carico della questione. Perché?
“Immagino che dipenda dal fatto che è una questione che non crea consenso. Io stesso, che non sono un politico, che cosa posso aspettarmi dalle risposte che darò? La disapprovazione dei pro life e l’indifferenza degli altri. E un politico? Aspettarsi vantaggi elettorali da aspiranti suicidi non porta lontano”.
Il caso di Alberto smentisce o conferma chi dice che “il suicidio assistito non è necessario in un sistema civile”?
“I filosofi stoici, o Montaigne, erano indubbiamente persone civili, e consideravano la possibilità di darsi volontariamente la morte il più grande atto di libertà accessibile agli esseri umani, perché li sottrae al dominio del mondo e alla sua crudeltà. Per quel poco che vale, sono dello stesso avviso. Che un sofferente voglia morire non ha niente a che fare con la civiltà o inciviltà del mondo in cui vive, ma solo con la sua sofferenza e con il viaggio solitario che ha deciso di intraprendere”.
Eppure, Alberto ha atteso mesi: cosa dice questo alla sua coscienza di filosofo sul rispetto dei diritti umani e dell’autonomia?
“Mi dice che la burocrazia non è particolarmente sensibile alle sofferenze umane. Ma non è una scoperta. Quando un principio è sancito in teoria e rallentato in pratica cessa di essere un diritto. Che si debba implorare per morire è paradossale, e che l’implorazione sia soggetta alle more della legge rende ancor più insensata la sofferenza”.
“Sofferenza intollerabile”, è un concetto soggettivo?
“Se qualcuno dice che le sue sofferenze sono intollerabili, ed è disposto a sottoscrivere con la vita questa affermazione, è difficile obiettare che invece sono tollerabili, e si lamenta solo perché si sbaglia sull’entità delle sue sofferenze. Chi è l’autorità in merito? E che cosa ha di mira? Protrarre delle sofferenze che, tollerabili o intollerabili che siano, non hanno alcuna prospettiva di remissione? Perché siamo di solito così incuranti delle vite degli altri, e di colpo scopriamo che non ci va che un essere umano cerchi requie dalla sofferenza?”.
Per alcuni critici il suicidio assistito renderebbe la società meno motivata a migliorare cure palliative e assistenza sanitaria: è un’accusa fondata?
“Non mi sembra che nelle realtà in cui il suicidio assistito è legale ci siano minori cure palliative. Per esempio, mi risulta che in Svizzera siano lievemente migliori che in Italia. In generale, quella tra la morte e le cure palliative non è una vera alternativa: se uno vuole morire, non sa cosa farsene delle cure palliative, non più di quanto chi vuol vivere sarebbe disposto a considerare la morte come una cura palliativa particolarmente radicale”.
La medicina è nata per curare la vita: come si concilia questa vocazione con l’aiutare qualcuno a morire?
“Credo sia nata per tutelare la vita buona, non la vita a tutti i costi. Se poi uno vuole vivere comunque, la sua scelta sarà rispettata, e sarà a lui che andranno prioritariamente le cure palliative”.
Il coinvolgimento attivo di medici nella morte assistita pone il rischio di normalizzazione della morte come opzione terapeutica?
“Non penso che nessuno possa mai seriamente considerare la morte una opzione terapeutica. È una opzione umanitaria”.
Il dibattito sul fine vita sta diventando un’occasione di civiltà o un modo per scaricare sulla persona sofferente le fragilità sociali e sanitarie?
“Sarebbe bene che chi soffre trovasse per sé il rimedio che ha scelto, e chi (ancora) non soffre preparasse per sé e per gli altri una società più accogliente nei confronti del dolore”.
Secondo lei, come si misura il progresso etico di una società in casi come quello di Alberto?
“L’interruzione di una vita diventata insopportabile è ancora tutela della vita in momenti difficili. Aveva ragione Benedetto Croce: la morte è ancora parte della vita, e in certe circostanze la decisione per la morte è il punto più intenso di una vita pienamente vissuta”.
Come risponde a chi accusa i sostenitori del suicidio assistito di “promuovere la cultura della morte”?
“Che cosa sarebbe la “cultura della morte”? Qualcuno potrebbe dire qualcosa in merito? Tutto quello che so è che la cultura, qualunque cultura, si trova a fare i conti con la morte, e che è bene che lo faccia senza pregiudizi e con coraggio”.
Qual è la domanda che, secondo lei, non è ancora stata posta e che invece dovremmo porci tutti quando discutiamo di suicidio medicalmente assistito?
“Mi viene in mente solo una domanda che credo sia stata posta innumerevoli volte: cosa farei se fossi al posto suo?”.









