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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 25 marzo 2025

La gip di Firenze ha disposto l’imputazione coatta dopo la sentenza della Consulta del 2024 sul “trattamento di sostegno vitale”. Il procedimento riguarda l’aiuto fornito a Massimiliano dall’associazione Luca Coscioni. Gli imputati: “Pronti alle conseguenze delle nostre azioni di disobbedienza civile”. La gip di Firenze ha deciso: Marco Cappato andrà a processo per aver accompagnato Massimiliano a morire suicida in Svizzera. La giudice Agnese Di Girolamo ha disposto l’imputazione coatta e rigettato la richiesta di archiviazione del pm Carmine Pirozzi, in modo da approfondire la vicenda alla luce della sentenza emessa sul caso dalla Corte costituzionale nel luglio 2024. Il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni rischia fino a 12 anni di carcere, insieme ad altre due volontarie con le quali aiutò materialmente il 44enne livornese Massimiliano, affetto da sclerosi multipla, a recarsi in una clinica svizzera dove morì l’8 dicembre 2022. “La nostra - ricorda Cappato - è stata un’azione di disobbedienza civile. Con Chiara Lalli e Felicetta Maltese ci eravamo autodenunciati perché eravamo, e siamo, pronti ad assumerci le nostre responsabilità, nel pieno rispetto delle decisioni della magistratura, e nella totale inerzia del Parlamento. Continueremo la nostra azione - ha promesso l’attivista - fino a quando non sarà pienamente garantito il diritto alla libertà di scelta fino alla fine della vita, superando anche le discriminazioni oggi in atto tra malati in situazioni diverse”.

Massimiliano Scalas detto Mib, infatti, era da sei anni costretto all’immobilità da una grave forma di sclerosi multipla e la sua esistenza dipendeva dalle cure di parenti e caregivers ma non era direttamente assoggettato a “trattamenti di sostegno vitale” quali possono essere alcuni strumenti terapeutici tipo la ventilazione forzata. Un requisito, questo, che è tra quelli considerati essenziali dalla Consulta - nella sentenza Cappato/Antoniani (n.242/2019) - per ottenere anche in Italia l’aiuto medico al suicidio, ma la cui interpretazione è stata ampliata l’anno scorso dagli stessi giudici costituzionali interpellati proprio dalla gip di Firenze. Nel pronunciamento n. 135 depositato nel luglio 2024, infatti, la Consulta ha spiegato che anche semplici procedure non particolarmente invasive, come quelle normalmente compiute sul malato terminale da familiari o caregivers, possono essere considerate “trattamenti di sostegno vitale”, sempre che “la loro interruzione determini prevedibilmente la morte del paziente in un breve lasso di tempo”. Ecco perciò perché le ultime azioni di disobbedienza civile messe in atto dall’associazione Coscioni dopo la sentenza del 2019 puntano ad evidenziare e superare la discriminazione tra malati operata attraverso la differenziazione tra diversi trattamenti terapeutici diversi.

A questo punto, il pm ha 10 giorni di tempo per formulare l’imputazione. E il processo che si svolgerà servirà a verificare se le condizioni di Mib erano tali da poter considerare non punibile - secondo l’articolo 580 del codice penale che prevede pene dai 5 ai 12 anni di reclusione - l’aiuto fornitogli dall’associazione Coscioni.

Intanto, a proposito del quarto requisito richiesto per la morte medicalmente assistita (il paziente terminale deve essere capace di intendere e volere, e deve reputare la propria condizione fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche), i giudici della Consulta affronteranno domani in udienza pubblica altri due casi riguardanti Marco Cappato e sollevati stavolta dal tribunale di Milano: quello di Elena, malata oncologica terminale, e quello di Romano “affetto da patologia neuro degenerativa che - scrive l’associazione Coscioni - come Massimiliano, richiedeva assistenza costante di terze persone per la sua sopravvivenza”; entrambi accompagnati in Svizzera da Cappato. Il quale è coinvolto in ben sei procedimenti in corso, alcuni anche soltanto per la sua qualità di tesoriere dell’associazione e dunque anche solo per il supporto economico e organizzativo fornito per il trasferimento in Svizzera.

Procedimenti nei quali l’associazione e la sua Segretaria nazionale, l’avvocata Filomena Gallo, sono pronti “a difendere il diritto ad autodeterminarsi di Massimiliano e di tutte le persone nelle sue condizioni, la cui vita è totalmente dipendente da altri”. Anche se, in mancanza di una legge nazionale sul fine vita che in molti invocano, la onlus Pro Vita & Famiglia si attende che “istituzioni e magistratura” chiudano “la strada alla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito o dell’eutanasia”, per evitare di “cedere a una deriva etica pericolosa”. Al contrario, in vista della riunione della Conferenza Stato-Regioni che si terrà giovedì 27 marzo, Cappato e Gallo hanno chiesto ai governatori e agli assessori alla Sanità di “emanare un atto che recepisca a livello nazionale le regole approvate dalla Regione Toscana”.