di Carlo Pizzati
La Repubblica, 15 giugno 2021
Sono loro la ricchezza del pianeta e l'economia di domani. Ecco perché lo scrittore indiano che vive negli Stati Uniti gli dedica un saggio-manifesto. In "Questa terra è la nostra terra - manifesto di un migrante" (Einaudi) il giornalista e scrittore indiano-americano Suketu Mehta, già autore del famoso Maximum City, delinea dove e come accogliere gli immigrati che l'Occidente continua a respingere: nelle province che stanno perdendo manodopera. In questo saggio coinvolgente, cosparso di storie e reportage commoventi, Mehta ragiona in termini economici, ma anche morali. Colonialismo storico, colonialismo corporativo e cambiamenti climatici continuano a nutrire la migrazione. Ma ciò costituisce una grande opportunità, ecco la teoria del saggio, consolidata da storie e personaggi memorabili, statistiche ragionate e conclusioni condivisibili mirate ad ampliare la comprensione di uno dei fenomeni più controversi della contemporaneità.
Com'è cambiata la situazione per gli immigrati con Biden?
"Quando Biden è stato eletto ci siamo detti: ah, eccoci alla conclusione di un lungo incubo. Poi Kamala Harris in Guatemala ha dichiarato in pubblico: Non venite! Non venite! (ride e aggiunge ironico), parole che andrebbero scolpite sulla Statua della libertà... Sono le stesse frasi di Trump, con una musica diversa. Certo, Biden fa una politica più umanitaria ed è ovvio che il Covid richieda sospensioni temporanee agli ingressi. Ma quel "non venite" non prende in considerazione che tanti guatemaltechi non hanno scelta. Noi americani siamo responsabili della situazione in Guatemala. La United fruits company fu proprietaria del 42 % di quel Paese. Appena in America Latina si è presentata un'alternativa liberale per poveri, lavoratori o sindacati, noi americani abbiamo sempre fatto del nostro meglio affinché quei leader fossero assassinati o incarcerati e le elezioni invalidate, lasciando al potere il despota di turno, manipolato dalle nostre multinazionali. Se i guatemaltechi non avevano la possibilità di dirci "non venite!" perché noi, ora, dovremmo poterlo dire? E poi noi abbiamo bisogno dei guatemaltechi. Solo l'immigrazione ci può salvare dal declino catastrofico nel tasso di crescita della popolazione americana. Nel 1950 c'erano 5 lavoratori attivi per ogni pensionato. Nel 2013, meno di 3 a 1. Il tasso di fertilità declina. Entro il 2025 le riserve di 3 trilioni di dollari del sistema pensionistico saranno esaurite e gli anziani riceveranno solo l'80% delle pensioni. Gli immigrati sono una necessità. Sono più giovani e lavorano più sodo. Il problema sarà che non ne arrivano abbastanza, non il contrario".
Lei quantifica in 165 trilioni di dollari l'argento saccheggiato dall'America Latina, nei secoli, dicendo che l'emigrazione è una diretta discendente del colonialismo. Quant'è realistico chiedere un risarcimento così?
"Sarebbe da pazzi pensare che l'Europa risarcirà 165 trilioni di dollari. Per sanare questo debito basta lasciar entrare i migranti. L'Europa sta registrando un tasso di crescita al di sotto di quello di fertilità. Il più basso è in Italia. Ma anche chi non è emigrato ne beneficia grazie alle rimesse. La crescita del reddito degli emigrati è il miglior modo d'aiutare i poveri nel mondo, perché le rimesse arrivano alle famiglie, mentre gli aiuti vanno alle élite corrotte locali. E le rimesse globali sono il quadruplo degli aiuti: sono i poveri che aiutano i poveri. Non chiedo frontiere aperte, ma cuori aperti".
Cosa nutre le ansie anti-immigrazione degli americani oggi? In che modo differiscono da quelle europee? È solo un fenomeno occidentale?
"Anche gli indiani rifiutano gli immigrati del Bangladesh, i sudafricani respingono quelli dello Zimbabwe e in Colombia bloccano i venezuelani. L'ondata di populismo è globale. Ma Europa e America hanno maggiori responsabilità storiche. Il colonialismo britannico ha delineato una distinzione con gli indiani con una forma di purezza razziale nata ben prima dei nazisti. Analizzo le radici dell'odio e della paura dell'altro che in Europa continuano ancora oggi. In India, le radici di odio e paura vengono dal sistema delle caste. L'eccezione americana è che pensiamo ancora d'essere una nazione di immigrati. Non do la colpa ai suprematisti bianchi della provincia americana. Viene insegnato loro a odiare perché anche il loro futuro è stato rubato. Non dal messicano che viene a lavorare nella fattoria accanto, né dal medico indiano che li cura dalla dipendenza da oppiacei. Dai banchieri. Oggi 6 individui possiedono più ricchezza di metà della popolazione mondiale.
Hannah Arendt spiega bene l'alleanza tra le masse e il capitale. I ricchi sanno che la rabbia dei disperati coi forconi è manipolabile e hanno creato leader populisti che dicono al metalmeccanico in Pennsylvania o a Torino: "guarda l'africano che tenta di entrare nel nostro Paese, è per colpa sua che non hai un lavoro". Argomentazione falsa, naturalmente. Ma raccontata bene. L'unico modo per combatterli è raccontare una storia vera e raccontarla meglio. Oggi nel mondo c'è una battaglia tra narratori. Per questo noi scrittori e giornalisti siamo così odiati. Noi che siamo cresciuti con l'editing e la verifica dei fatti, dobbiamo alzare la voce. E in modo coinvolgente".










