di Mario Di Vito
Il Manifesto, 9 ottobre 2025
Oggi alla Camera la relazione che salva i ministri dall’indagine: “Agito per interesse pubblico, c’era il rischio di rappresaglie”. La strada incerta per scudare Bartolozzi: si va verso il conflitto d’attribuzione. Sono due le partite che si giocano stamattina alla Camera sul caso Almasri. Una si sa già come va a finire: la maggioranza voterà la relazione del forzista Pietro Pittalis e alzerà lo scudo parlamentare contro la richiesta d’autorizzazione a procedere per il sottosegretario Alfredo Mantovano, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. L’altra, invece, è più incerta: per Pittalis la volontà di procedere per via ordinaria contro la capa di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi - indagata per false informazioni rese ai pm - “determina un pregiudizio concreto alle prerogative costituzionali della Camera” ai sensi della legge sui reati ministeriali. In altre parole, lo scudo andrebbe esteso anche a lei.
Su questo punto, per la verità, ci si interroga da diverse settimane e i pareri dei costituzionalisti divergono tra loro. C’è chi ritiene che l’ombrello dei reati ministeriali vada allargato anche ai funzionari; chi sostiene che se Mantovano, Nordio e Piantedosi hanno agito nell’interesse dello Stato, lo stesso si vale pure per Bartolozzi; e c’è chi, come il tribunale dei ministri che aveva già valutato le varie opzioni e deciso di rimandare gli atti alla procura di Roma per competenza, pensa che le posizioni vadano distinte: Bartolozzi, del resto, non è indagata per qualcosa che ha fatto durante il soggiorno italiano del ricercato internazionale Osama Almasri, tra il 19 e il 21 gennaio, ma per fatti avvenuti successivamente, cioè per aver fornito una versione dei fatti “inattendibile e mendace” il 31 marzo, quando è stata assunta a sommarie informazioni.
Si vedrà. La maggioranza appare intenzionata ad aprire un conflitto d’attribuzione attraverso la presidenza della Camera (è la prassi), ed è altamente probabile che alla fine sarà la Corte costituzionale a decidere il da farsi. La speranza, per la destra, è che i tempi si dilunghino, anche se il rischio è che la bomba finisca con l’esplodere durante la campagna per il referendum sulla giustizia della prossima primavera. I lavori della Consulta sono però imperscrutabili ed è impossibile fare ipotesi di calendario.
Ad ogni modo, per Pittalis, la Camera oggi deve votare contro la richiesta di autorizzazione a procedere perché non ci sarebbero dubbi sul fatto che “l’operato dei ministri sia stato ispirato esclusivamente dall’intento di perseguire l’interesse pubblico alla massima salvaguardia della sicurezza degli italiani (in patria e all’estero) e non certo, come sostiene il tribunale dei ministri, dal fine illecito di aiutare Almasri ad eludere le indagini della Cpi”. Sarebbe bastato un atto - peraltro sollecitato dall’allora capo del Dipartimento affari di giustizia Luigi Biritteri - per convalidare il fermo del libico ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Non è stato fatto per motivi di sicurezza nazionale. Infatti, prosegue il deputato nella sua relazione, “gli esponenti di governo indagati, insieme ai loro più stretti collaboratori e ai vertici della sicurezza interna e internazionale, furono costretti ad assumere decisioni di particolare gravità e rilevanza in un arco temporale di poco inferiore alle quarantotto ore”.
Del resto, “il rischio di rappresaglie nei confronti degli interessi italiani in Libia era non soltanto concreto, ma anche immediato e altamente plausibile”. Per la verità, però, il direttore dell’Aise Gianni Caravelli, quando venne ascoltato dalle tre giudici del tribunale dei ministri, parlò di valutazioni fatte “in chiave prognostica” e negò di “aver ricevuto notizia di specifiche minacce di attentati o atti di rappresaglia nei confronti di cittadini italiani in Libia”. Frasi che Pittalis non cita, come se non fossero mai state pronunciate. Anche se sono agli atti.
E l’ormai celebre informativa di Nordio e Piantedosi del 5 febbraio? In quella sede i ministri diedero alle camere delle versioni piuttosto fantasiose sulla liberazione e il rimpatrio di Almasri. Spiega Pittalis: “Non è sostenibile che il governo abbia mentito al parlamento: esso ha selezionato in seduta pubblica il profilo motivazionale divulgabile e ha preservato, come l’ordinamento consente e talora impone, il circuito informativo sui possibili rischi”. Mentire, dunque, era consentito. Forse era addirittura necessario. Chi ne abbia tratto beneficio è sotto gli occhi di tutti.










