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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 16 febbraio 2023

A Montecitorio è andata in scena la dimostrazione plastica di quanto ancora il caso Donzelli e Delmastro faccia male ai patrioti di FdI. Al punto che non riescono a contenersi, né verbalmente né fisicamente. “Onorevole, onorevole, la richiamo all’ordine”. Ma c’era ben poco ordine in Aula, al termine dell’informativa di Nordio sul caso Cospito e soprattutto sulla vicenda della diffusione del contenuto delle carte del Dap da parte di Giovanni Donzelli, che a sua volta aveva ricevuto le informazioni dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro.

E siccome la situazione non si rasserenava, anzi alcuni deputati di FdI e alcuni di Avs, con qualche comparsa del Pd, stavano per venire alle mani, il presidente della Camera è stato costretto a sospendere l’Aula per qualche minuto. A metà pomeriggio nel pieno dell’emiciclo è andata in scena la dimostrazione plastica di quanto ancora il caso Donzelli e Delmastro faccia male ai patrioti di FdI. Al punto che non riescono a contenersi, né verbalmente né fisicamente.

Ma cosa è successo? Il Guardasigilli aveva finito di parlare da un po’. Un discorso in cui ha nuovamente salvato Delmastro e Donzelli, sforzandosi di nascondere tutto l’imbarazzo che pure qualcuno ha notato: “Non lo avete notato che parlava con il suo perfetto accento veneto ma sotto sotto si sentiva il rumore delle unghie di chi prova ad arrampicarsi sugli specchi?”, scherza qualcuno dell’opposizione in Transatlantico.

Era il momento del dibattito parlamentare: un inizio senza guizzi, con un’appassionata difesa di Foti nei confronti del collega Donzelli, che - presente, questa volta, in Aula con il dolcevita d’ordinanza - al termine dell’intervento gli dava una pacca sulla spalla e gli stringeva la mano con riconoscenza. Seguiva un’altrettanto appassionata replica di Debora Serracchiani che metteva il ministro davanti alle contraddizioni sue e del suo dicastero. Accusandolo di aver usato un “arzigogolo giuridico” per salvare i due meloniani ma al contempo non dare agli altri parlamentari gli stessi atti che Donzelli aveva divulgato, come HuffPost ha spiegato qui.

A un certo punto, in un’Aula fin troppo sonnacchiosa, prende la parola la Luana Zanella, di Alleanza Verdi e Sinistra e ribadisce la posizione del gruppo: “Non si può - è il senso del suo ragionamento - dare ancora fiducia a un vicepresidente del Copasir che diffonde atti riservati”. Neanche il tempo di finire di parlare, che dall’altro lato dell’emiciclo si sono levate urla ferine: “Cosa dici?”. Non è un parlamentare comune a parlare: è Tommaso Foti, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, che si risente perché ritiene che Zanella abbia accusato il suo collega Donzelli di aver commesso un reato, alludendo alla violazione del segreto. Ne nasce quella che Elisabetta Piccolotti, parlamentare di Sinistra italiana, uscendo dall’Aula definisce “colluttazione verbale”.

Perché i meloniani e i parlamentari di Avs iniziano a urlarsi contro. “Manco fossimo nei peggiori bar di Caracas”, è il commento a caldo di Marco Grimaldi, anche lui parlamentare di Avs. A rispondere a Foti è direttamente Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana: “Lei è un cafone! Presidente - dice, rivolgendosi a Lorenzo Fontana - spieghi al collega le regole della buona educazione”. Insomma, una parola tira l’altra, un gesto poco elegante tira l’altro, e le fazioni finiscono per scendere dai loro scranni per approdare davanti ai banchi del governo. L’intervento dei commessi scongiura che la cosa finisca male e che la colluttazione verbale si trasformi in rissa. Non che così sia finita bene, visto che il teatro di questo scontro è stato un’aula parlamentare e non un bar qualsiasi, per riprendere la citazione di cui sopra.

Per qualche minuto nessuno, tranne i diretti interessati, capisce cosa sia successo, perché i meloniani parlano, o meglio urlano, a microfoni spenti e non è facile ricostruire tutto subito. Quando la situazione inizia ad essere chiara Enzo Amendola, parlamentare dem, esce dall’Aula, guarda i cronisti, allarga le braccia: “Siamo alle comiche”. Peppe Provenzano è più netto e, nervoso, decide di non usare giri di parole: “Foti è un fascista! Conosce solo quel linguaggio”. Dal canto suo Foti, prova a chiarire qualche minuto dopo. E, sollecitato da HuffPost, sostiene: “Accusare una persona (Donzelli, ndr) di violazione del segreto di stato mi sembra quantomeno inopportuno, a meno che uno non abbia le prove”. La sua reazione come minimo scomposta in Aula ce la spiega lanciando direttamente la palla nel campo degli avversari: “Se Provenzano, vicesegretario di un partito, fa così (mima il gesto fatto dal parlamentare dem, che alludeva al fatto che stesse facendo solo chiacchiere, ndr), non penso che sia degno di ricoprire l’incarico. Ma farà giustizia il congresso”. E al “cafone” di Fratoianni risponde: “Dalla sua bocca non può uscir che quello”.

In questo spettacolo poco edificante, Grimaldi tiene a precisare: “Abbiamo semplicemente spiegato i motivi per cui c’è chi in pochi secondi ha avuto accesso a documenti che non sono pubblici, o che almeno sono riservati. Si tratta degli stessi documenti che poi abbiamo chiesto noi e che non ci sono stati dati. Noi rivendichiamo le parole di Zanella e le mettiamo nero su bianco”. Verso sera, è la diretta interessata che lascia aperta la questione: Ho detto nel mio intervento in Aula, è lo ribadisco, che Donzelli si deve dimettere dalla vicepresidenza del Copasir per evidente inadeguatezza nella cura dei segreti di Stato e della sicurezza della nazione”. Quello che doveva essere un momento di chiarimento, si è trasformato dunque in un momento di bagarre.

Ma cosa ha detto Nordio? Sostanzialmente salvato ancora una volta il parlamentare di FdI e il suo sottosegretario e ribadito la linea del governo - che si può facilmente sintetizzare in: “Il 41 bis per Cospito non si tocca” - sottolineando che l’anarchico ha ripreso a mangiare qualcosina e che le sue condizioni di salute sono monitorate. Alfredo Cospito, ha dichiarato il Guardasigilli, “non è affetto da una patologia cronica invalidante ma si sta volontariamente procurando uno stato di salute precario, perseverando nel suo comportamento nonostante i reiterati inviti da parte dell’autorità sanitaria a desistere da questa condotta”.

Ma questa scelta, ha continuato, “non può imporre l’assunzione di decisioni derogatorie rispetto ai princìpi generali che disciplinano l’istituto previsto dall’articolo 41 bis, sterilizzandone, di fatto, le finalità”. Il Guardasigilli ha chiarito che quando ha emesso il suo parere - dicendo no alla richiesta di revoca del carcere duro - non era a conoscenza della requisitoria del procuratore generale della Cassazione. Né avrebbe potuto esserne a conoscenza, per il principio di divisione dei poteri.

La parola, ora, spetta alla Suprema corte, che si esprimerà il 24 febbraio. E che, se dovesse dare seguito alle richieste del pg, potrebbe chiedere al tribunale di Sorveglianza di valutare se è il caso di annullare il provvedimento di 41 bis. Come chiesto dall’avvocato dell’anarchico in sciopero della fame da quasi 120 giorni e paventato anche dal procuratore nazionale antimafia. Nordio, con le sue parole di oggi, ha chiarito un concetto: se il 41 bis sarà revocato, sarà solo ed esclusivamente ad opera della magistratura. Il governo, sul punto, sta da un’altra parte. Dalla parte opposta, quella della linea dura.