di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 28 maggio 2025
L’informazione, cartacea e televisiva, ci ripropone nel caso Garlasco scenari del “circo mediatico giudiziario”. Dovere di informazione, ma anche un minimo di cautela rispetto al sensazionalismo. La Procura di Pavia forse avrebbe dovuto adottare maggiore attenzione alla protezione della riservatezza di iniziative di indagine. Ora la difesa dell’indagato è molto proiettata sulla scena mediatica. La difesa non deve avere restrizioni nella scelta della strategia per il cliente, ma desta sconcerto una sorta di appello al Tribunale dell’opinione pubblica, che l’esperienza insegna essere pronta a passare dall’innocentismo al crucifige. Per non dire del silenzio di molti campioni della presunzione di innocenza.
La novità: l’ingresso sulla pedana circense di due autorevoli protagonisti, un sottosegretario e il Ministro della giustizia. I fatti: Alberto Stasi, dopo una duplice assoluzione in primo grado e in appello, è stato definitivamente condannato in base ad una sentenza della Corte di Appello di Milano, in sede di rinvio per un nuovo giudizio disposto dalla Corte di Cassazione. La facoltà per l’accusa di ricorrere contro una sentenza di assoluzione fu eliminata con la legge Pecorella, poi annullata dalla Corte Costituzionale. In ogni caso all’accusa sarebbe sempre aperto il ricorso per cassazione per motivi di diritto; nel caso Garlasco è stata appunto, all’esito del percorso sopra richiamato, la Cassazione ad ordinare il nuovo giudizio che ha condotto alla condanna definitiva. Il dibattito rimane aperto tra i giuristi. Ma il Ministro Nordio: “Trovo irragionevole che dopo una o due sentenze di assoluzione sia intervenuta una condanna senza nemmeno rifare l’intero processo” è intervenuto non in un convegno di giuristi, ma in una trasmissione televisiva nel bel mezzo delle polemiche sul caso Garlasco. In termini calcistici un intervento “a gamba tesa” e di fatto una interferenza su una delicatissima vicenda in corso.
Delle esternazioni dell’on. avv. Andrea Delmastro potremmo disinteressarcene, rimandando alle rubriche sul bon ton, ma è e rimane un sottosegretario alla giustizia, che gode della massima fiducia del Ministro, data la persistente delega su questioni penitenziarie, pur dopo proclamazione “Una gioia non lasciare respiro a chi sta nell’auto penitenziaria”. In un convegno a Torino, dopo aver citato il caso Garlasco, ha criticato i provvedimenti dei magistrati che sui casi di immigrazione vogliono “bloccare il governo”: ci penserà la riforma costituzionale del governo a rimettere in riga le “toghe rosse”, a “non lasciare respiro” ai magistrati. Qualche tempo prima l’on Delmastro, con il suo eloquio colorito, ma indubbiamente efficace, aveva chiarito che la questione della separazione delle carriere tra giudici e Pm è irrilevante perché “L’unica cosa figa è il sorteggio” dei magistrati componenti del Csm. È cosi: il Csm spezzettato in due, privato della competenza disciplinare e con i componenti magistrati scelti dalla sorte, non ha più nulla di quell’organo che la Costituzione del 1948 ha voluto garante della effettività del principio di indipendenza della magistratura. Molto più raffinato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il quale intervenendo al Consiglio Nazionale Forense ha chiarito che oggi il problema non sono più le “toghe rosse”. Criticando le interpretazioni dei giudici italiani ed europei in materia di immigrazione ha mostrato che il problema sono le toghe tout court. Recentissime e meno recenti vicende ci hanno mostrato reiterati interventi di attacco nel merito di decisioni di giudici da parte di esponenti di governo a partire dai vertici. Anche chi sostiene la separazione delle carriere dovrebbe prendere atto del grande rischio, già attuale qui e oggi, di indebolire, ridurre a quasi nulla il Consiglio Superiore della Magistratura, quella istituzione, certo imperfetta, ma unica tutela effettiva dell’indipendenza dei magistrati, Pm e giudici. Ma su questioni così delicate per l’equilibrio del sistema democratico si procede in Parlamento a suon di “blindature”.











