di Michele Passione
Il Dubbio, 9 gennaio 2021
In un Paese squassato dalla pandemia, con città e Regioni che ogni giorno cambiano colore, nell'attesa che i vaccini vengano finalmente ed efficacemente distribuiti e somministrati si è fatta strada una discussione su obblighi vaccinali, diritto all'obiezione, possibili conseguenze. Per ovvie ragioni, l'attenzione si è concentrata su coloro i quali si trovano più esposti al rischio (operatori sanitari, anziani, degenti vulnerabili, soggettivamente o per condizioni di contesto). Qualcuno si era dimenticato il carcere. La Società della Ragione ha promosso una petizione per promuovere subito la vaccinazione ai detenuti e a coloro che lavorano in carcere. Così, il 17 dicembre, è stata formulata un'interrogazione al presidente Conte e al ministro Bonafede e la Camera ha approvato un ordine del giorno che impegna il Governo a muoversi in questa direzione. La posizione è stata ribadita dalla senatrice Segre e dal prof. Palma, che in una lettera a Repubblica hanno parlato di "un obbligo per lo Stato per il benessere di chi è custodito e di chi in carcere lavora" (per contatto sociale qualificato, potremmo dire).
Più sfumata la posizione del sottosegretario Giorgis, costituzionalista, secondo il quale (in sintesi) dentro le carceri valgono gli stessi criteri delle vaccinazioni per i cittadini liberi (che, peraltro, non sono esattamente chiari, come ha di recente ricordato il direttore di Questione Giustizia, Nello Rossi). Da ultimo, dopo che tante altre voci nella comunità dei giuristi si sono espresse sul punto, è intervenuto il dottor Ardita, che ha preso posizione con un intervento pubblicato su Il Domani.
Partendo dalla constatazione che il tema si inscrive a tutto tondo tra gli argomenti che definiscono le politiche sociali del nostro Paese, il magistrato ha stigmatizzato la posizione espressa dal sottosegretario, a cagione del fatto che in ambiente penitenziario si impone un welfare rafforzato. Molto opportunamente, il dottor Ardita ci ricorda che non è possibile "rivendicare la parità formale di trattamento tra detenuti e liberi, perché le due categorie non sono sullo stesso piano e, in base al secondo comma dell'articolo 3 della Costituzione, meriterebbero trattamenti diversi". Sono d'accordo. La terribile situazione che da quasi un anno ci tiene ai margini della vita vera dimostra nei fatti quanto gli articoli 2 e 32 della Costituzione si inverino proprio nelle condizioni di difficoltà estrema, e debbano diventare impegno fattivo di rimozione degli ostacoli e di garanzia dei diritti inviolabili dell'Uomo, non solo di riconoscimento formale.
Ma Ardita ritiene che questa posizione (chiara, costituzionale) si spieghi anche (soprattutto, mi pare) "come test di coerenza delle scelte complessive in materia di Covid e carcere" e ci ricorda che "la ragione per decidere di negare la priorità del vaccino a chi sta in carcere potrebbe fondarsi su una valutazione certa del Governo che ritenga non sussistente un maggior pericolo di contagio", e dunque implicitamente si riconosce che così non è. Ma siccome al magistrato interessa una cosa in particolare, ecco che il pensiero si fa più evidente laddove afferma che "non si comprende perché continuino a favorirsi le detenzioni domiciliari con braccialetto, anche per detenuti pericolosi, proprio sul presupposto di pericolo di Covid".
Questo il punto; niente "provvedimenti eccezionali e indulti", ma per evitare "quella temuta esplosione incontrollata dell'epidemia che sinora si era prevenuta facendo il ricorso alle detenzioni domiciliari" (di nuovo emerge il riconoscimento del problema) occorre "vaccinare tutti i detenuti presenti e tutti gli operatori penitenziari" Allora diciamolo; tutto intramoenia, così da evitare ogni provvedimento che riduca l'overcrowding. Altro che Costituzione.
Che poi chi ha fruito della detenzione domiciliare con braccialetto siano quattro gatti, affatto pericolosi (stante le preclusioni di legge) e che i braccialetti d'oro siano introvabili, questo il dottor Ardita non lo spiega, ma invoca "un carcere della speranza". Eppure il Procuratore generale della Suprema Corte, dottor Salvi, proprio a partire dalla constatazione dell'insufficiente risposta governativa, ha reiterato la sua circolare dello scorso aprile, per cercare di ridurre il sovraffollamento pandemico. Salvi i diritti; quelli veri.










