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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 28 luglio 2026

Ci sono due affermazioni dentro le parole del procuratore di Palermo Maurizio de Lucia che vanno tenute separate. La prima è la fotografia del sistema penitenziario italiano: sovraffollamento, assenza di assistenza ai condannati, tossicodipendenti che non dovrebbero stare in cella. Su questo non c’è nulla da dire, i numeri gli danno ragione. E l’inerzia del governo è evidente. La seconda è la conclusione: “Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”, e “il controllo dei penitenziari appartiene solo alle organizzazioni criminali, che vogliono lasciare le cose per come sono”. Qui il discorso cambia natura, perché rischia di amplificare alcuni aspetti che però non hanno nulla a che fare con il mancato controllo da parte dello Stato.

Partiamo dalla parte giusta. I dati odierni del ministero della Giustizia, ricavati dalle schede di trasparenza dei singoli istituti e aggiornati al 24 luglio, contano 64.645 detenuti. I posti regolamentari sono 51.183, ma 4.941 di quei posti non esistono davvero: sezioni chiuse per lavori, reparti inagibili. Quelli utilizzabili sono 46.242, e il sovraffollamento reale è al 139,8 per cento. Settantacinque istituti sono al 150 per cento o più, sette superano il 200: Lucca al 243, San Vittore al 223, Foggia al 218, Latina al 210. Su centottantanove carceri, soltanto ventotto restano entro i posti disponibili. Nel 2025 ben 82 suicidi; nel 2026 ne sono già ventiquattro. Oltre il sessanta per cento dei detenuti passa in cella quasi tutto il giorno.

Non è un’ondata criminale a riempire le celle. I reati denunciati nel 2024 sono circa 2,4 milioni, gli stessi del 2018, e nei primi sette mesi del 2025 sono calati dell’otto per cento. Quello che è cresciuto è il panpenalismo: da inizio legislatura oltre cinquantacinque nuovi reati, più di sessanta aggravanti e oltre sessantacinque inasprimenti. De Lucia questo lo ha detto, e ha aggiunto una cosa che va sottolineata: non ha chiesto nuove carceri come il suo collega Gratteri, ha indicato la necessità di alleggerire. Una differenza non da poco.

Quando le carceri erano davvero dei clan - Il problema è la frase sul controllo. Detta così, riporta agli anni 70/80, quando quella descrizione era esatta. La relazione sulla camorra della Commissione parlamentare antimafia del dicembre 1993 racconta come Raffaele Cutolo costruì la Nuova Camorra Organizzata dentro Poggioreale: rituali di affiliazione, un tribunale interno, vaglia di sostentamento ai detenuti poveri. Era in carcere quasi senza interruzioni dal 1963 e da lì comandava migliaia di affiliati. Nel 1981, ad Ascoli Piceno, uomini dei servizi, politici e faccendieri entrarono nella sua cella per trattare la liberazione di Ciro Cirillo. L’articolo 41 bis non esisteva ancora. Quando lo Stato reagì, nell’aprile 1982, trasferendolo all’Asinara riaperta per lui solo, gli affiliati cominciarono a dissociarsi e nel giugno 1983 arrivarono oltre 1.200 mandati di cattura.

Da allora è stato costruito un apparato. Il comma 2 dell’articolo 41-bis nasce col decreto legge 306 del 1992, dopo Capaci e via D’Amelio, diventa permanente nel 2002, si irrigidisce con la legge 94 del 2009. I circuiti di alta sicurezza sono disciplinati da una circolare del Dap del 2009. Il Gruppo operativo mobile nasce nel 1997. Oggi al 41 bis ci sono circa 741 detenuti, poco più dell’uno per cento della popolazione carceraria, distribuiti in dodici sezioni; nell’alta sicurezza sono 9.264, il 14,49 per cento. Il Gom conta 653 uomini, un rapporto quasi di uno a uno con i reclusi al carcere duro. La Corte costituzionale, negli ultimi anni, è intervenuta non per rafforzare lo Stato dentro le sezioni ma per limitarne gli eccessi: nel 2018 sul divieto di cuocere cibi, nel 2025 sul limite delle due ore d’aria. Sono decisioni hanno rafforzato lo Stato di Diritto. E nella relazione del ministro dell’Interno al Parlamento del novembre 2024 i collaboratori di giustizia risultano 793: persone che hanno rotto il vincolo dall’interno.

Resta un nucleo di verità. Melillo, l’11 febbraio 2025, dopo il blitz dei 181 arresti a Palermo, parlò di “estrema debolezza del circuito penitenziario di alta sicurezza”. I telefoni sequestrati negli istituti, secondo una circolare del direttore generale detenuti del Dap Ernesto Napolillo, sono passati da 1.084 nel 2022 a 1.595 nel 2023 e a 2.252 nel 2024. Ci sono agenti arrestati per averli introdotti, da Santa Maria Capua Vetere a Pagliarelli. Ma comunicare dal carcere e controllare il carcere sono due cose diverse, e vengono confuse. Quelle inchieste, poi, le fanno i nuclei investigativi della stessa polizia penitenziaria: un’amministrazione in mano ai clan non smantellerebbe i clan.

La stretta è già arrivata - Ed è questa la ragione per cui la formula del controllo perduto va maneggiata con cura. Lo stesso allarme, lanciato da Gratteri, che ha parlato apertamente di carceri comandate dalle mafie, è stato recepito dal governo. L’allora sottosegretario Andrea Delmastro ha rivendicato di aver chiuso l’alta sicurezza perché “detenuti organici alla criminalità organizzata circolavano liberamente”. Le circolari del Dap di febbraio 2025 hanno vietato la socialità nei corridoi delle sezioni di alta sicurezza e cancellato ogni libertà di movimento interna, per evitare la cosiddetta supremazia criminale. Quella del 21 ottobre 2025 ha portato a Roma l’autorizzazione di ogni attività educativa, culturale e ricreativa negli istituti che ospitano sezioni di alta sicurezza: circa settanta su centottantanove. Prima decidevano il direttore e il magistrato di sorveglianza.

Il garante del Lazio Stefano Anastasìa ha parlato di un balzo indietro di quarant’anni, dalle celle chiuse alle carceri chiuse. Samuele Ciambriello, portavoce della conferenza nazionale dei garanti, ha temuto una pietra tombale sull’inclusione. Il coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza ha pubblicato un documento critico sulla centralizzazione. Sulla polemica con Nordio, che ha risposto a de Lucia accusandolo di aver perso il controllo di sé stesso senza entrare nel merito, l’area radicale ha detto la cosa più scomoda. Sergio D’Elia, di Nessuno tocchi Caino, in visita all’Ucciardone: “Se non esplodono le carceri è per il senso di responsabilità dei detenuti, non delle organizzazioni criminali”. E ha aggiunto: “Non c’è il controllo della mafia”. Rita Bernardini ha definito l’Ucciardone un posto dove l’illegalità regna sovrana, con responsabilità precise da indagare. La loro proposta è portare la liberazione anticipata da quarantacinque a settantacinque giorni a semestre.

Irene Testa, garante dei detenuti della Regione Sardegna e tesoriera del Partito Radicale, entra negli istituti quasi ogni giorno e parla di sconcerto: “Generalizzare, affermando che le carceri non sono più in mano allo Stato, richiede grande responsabilità”. La ragione la spiega lei stessa: le parole delle istituzioni hanno un peso e possono alimentare una narrazione emergenziale che, come già accaduto in passato, “rischia di tradursi in risposte legislative dettate dall’urgenza anziché da un’analisi lucida della realtà”. Le criticità sono evidenti e non vanno negate, aggiunge, e proprio per questo servono rigore ed equilibrio, e rispetto per chi ogni giorno nelle carceri rappresenta lo Stato.

È questo il punto. Se il degrado viene raccontato come dominio mafioso, l’unica risposta possibile diventa la legge emergenziale, e l’irrigidimento è in corso da diciotto mesi senza che il sovraffollamento sia stato scalfito. Che il degrado favorisca i clan è vero, lo scrivono il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e le relazioni antimafia, e De Lucia su questo è stato chiaro. Ma a lasciare le cose come stanno non sono le organizzazioni criminali: la riforma dell’ordinamento penitenziario scritta dalla commissione Giostra fu svuotata nel 2018 dal legislatore delegato, non dai boss. Meno chiari altri suoi colleghi, che appena si prova una politica deflattiva tirano fuori lo spettro della trattativa Stato-mafia.