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di Franco Corleone

L’Espresso, 31 gennaio 2025

Il 20 gennaio ho assistito alla Camera di Consiglio della Corte Costituzionale che ha discusso dell’ammissibilità del referendum sulla cittadinanza con un’inevitabile emozione: era in gioco una decisione che interessa milioni di persone che ora sono italiani dimezzati, privati del diritto fondamentale della cittadinanza e dei diritti politici nonostante contribuiscano alla vita del Paese, lavorando, pagando le tasse e rispettando le leggi.

In due precedenti momenti ero stato presente nella sede della Consulta, vivendo una stessa intensità. La prima in occasione della decisione sull’incostituzionalità sostenuta da Giovanni Maria Flick nel 2014 riguardo la legge proibizionista sulle droghe, la famigerata Fini-Giovanardi (ma concepita dall’attuale potente sottosegretario Alfredo Mantovano); la seconda per la discussione sul mantenimento della legge istitutiva del Fondo per il risarcimento delle vittime delle stragi nazifasciste istituito dal Governo Draghi nel 2023.

In questa terza occasione ho visto e condiviso la gioia delle giovani e dei giovani che, davanti a Montecitorio, hanno esultato per l’ammissione del referendum. Una felicità comprensibile, giacché si tratta di una vicenda caratterizzata da miracoli e da incredulità. A partire dalla raccolta di firme lanciata nel settembre dello scorso anno, dopo che le Olimpiadi avevano mostrato il volto di un’Italia a colori a dispetto dei razzisti che rimpiangono un paese identitario mai esistito. Pochi, infatti, avrebbero scommesso sulla possibilità di raccogliere le cinquecentomila firme necessarie: invece, ben 637.487 persone, perlopiù giovani e donne, hanno sottoscritto la proposta, attestando la presenza di un pezzo di società civile che non si rassegna.

Il comitato promotore era sicuro della legittimità del quesito, rispondente anche ai criteri ampliati rispetto alla previsione dell’art. 75 della Costituzione che la Corte costituzionale si è negli anni attribuita. In un seminario convocato ad hoc il 10 dicembre, molti giuristi condividevano tale convinzione mettendo però in guardia da un’eccessiva sicurezza, esistendo la possibilità di un esito incerto pur di fronte a un quesito limpido.

Alla vigilia, lo stato d’animo era dunque allo stesso tempo di speranza e di apprensione. Di fronte alla Corte presieduta dal Presidente Amoroso - che vede soli undici componenti, a causa dell’incapacità del parlamento a provvedere alla nomina dei quattro giudici vacanti - il relatore Patroni Griffi ha illustrato brevemente il contenuto del referendum, mentre il professor Grosso ha illustrato le ragioni del comitato. Il suo è stato un discorso efficace che ha demolito le obiezioni, ricordando che il referendum non stravolge la normativa, ma semmai restaura il termine di cinque anni per la possibilità di richiedere la cittadinanza che è stato in vigore per ben ottant’anni: dal 1912 al 1992. Senza retorica, Grosso ha poi valorizzato l’esito che estende a tutti i soggetti interessati una possibilità oggi limitata ad alcune categorie. Si recupera, cioè, un tratto universalistico, anche se la cittadinanza resta una concessione e non un diritto.

Ora, però, occorre lavorare a un nuovo miracolo: raggiungere il quorum della partecipazione al voto della metà del corpo elettorale. È possibile, riaccendendo la passione per rispondere a una crisi della politica e della democrazia pericolosamente profonda. E per decidere, senza delega.