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di Donatella Stasio

La Stampa, 13 maggio 2023

Davanti a Consulta e Corte Ue il governo fa orecchie da mercante e tira in ballo la maternità surrogata. La famiglia non è più soltanto quella “naturale” di 70 anni fa ma è una comunità di affetti e di cura. Lealtà e slealtà istituzionale. Da un lato i sindaci, li abbiamo visti ieri sul palco del teatro Carignano di Torino, sono trecento, di ogni colore politico, sentono la responsabilità di rendere effettivo il diritto dei figli delle famiglie arcobaleno di essere uguali a tutti gli altri figli, legittimi, adottivi, naturali, incestuosi. Così vuole la Costituzione, quella “vivente” rappresentata dalla voce della Corte costituzionale, e così stabilisce il diritto europeo, quello applicato dalla Corte di Lussemburgo, vincolante per tutti gli Stati Ue.

Quei trecento sindaci che urlano l’urgenza di una legge per dare attuazione a quel diritto - che è anzitutto diritto d’amore - e per dare più voce alle istituzioni di garanzia rimaste finora inascoltate - Consulta e Corte Ue - sono molto più di un fatto politico rilevante. Sono un esempio straordinario di lealtà istituzionale, quella che invece manca al governo Meloni e alla sua maggioranza: tutelare i diritti fondamentali della persona dovrebbe essere un dovere primario - altro che necessità e urgenza dei rave - ma il centrodestra non ne vuole sapere, incrocia le braccia e fa ostruzionismo, un perfetto esempio di slealtà istituzionale e di analfabetismo costituzionale, tanto più gravi se provengono da chi propone di riformare le istituzioni.

È nota a tutti - ma il governo finge di ignorarla - la pressante richiesta rivolta dalla Corte costituzionale al legislatore per una “indifferibile” e “non più procrastinabile” disciplina che tuteli in modo compiuto ed efficace i diritti di questi figli. In attesa di una legge, per colmare il vuoto di tutela costituzionale, la Corte ha aperto la strada alla stepchild adoption (poi confermata dalla Cassazione) che però resta una soluzione temporanea e inadeguata. Tanto più se, alla fine del percorso, i genitori vanno a sbattere contro l’ostruzionismo del governo che si rifiuta di rilasciare documenti con la dicitura “genitori”, invece che “madre” e “padre”. È altresì noto che tutti i paesi dell’Ue devono rispettare le sentenze della Corte di Giustizia, conformemente al principio del primato del diritto dell’Ue. Pertanto, pur essendo sovrani in materia di matrimoni gay e di genitorialità, gli Stati membri (Italia compresa) non devono ostacolare o rendere eccessivamente difficile il diritto del figlio di una coppia gay di circolare liberamente con entrambi i genitori soltanto perché sono dello stesso sesso, e, a tal fine, devono riconoscere il legame di filiazione già attestato da un altro Stato membro. Sono parole del presidente della Corte Ue Koen Lenaerts in un’intervista a questo giornale.

Ebbene, il governo fa orecchie da mercante. Il contrario della leale collaborazione istituzionale, regola aurea di ogni democrazia costituzionale che intenda restare tale. Per giustificarsi tira in ballo la maternità surrogata, che con il riconoscimento dei figli arcobaleno non c’entra nulla, e punta ad affermare la propria cultura della famiglia, del tutto opposta a quella costituzionale. Bene ha fatto, quindi, il presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelsky a indicare ai sindaci la via della “disubbidienza civile” per poter portare nuovamente il caso davanti alla Corte.

Sbaglia chi pensa che il nostro sistema di valori costituzionali non contempli un “diritto d’amore” come quello riconosciuto da una storica sentenza della Corte suprema federale indiana, che nel 2018 dichiarò incompatibile con la Costituzione la criminalizzazione dei rapporti omosessuali. Quella sentenza si apriva con una citazione: “Ciò che dà significato alla vita è l’amore. Il diritto che ci rende umani è il diritto all’amore”. Era una frase Leila Seth, prima donna a diventare Chief Justice di un’alta Corte statale in India e madre di Vikhram Seth, scrittore di successo e dichiaratamente omosessuale. I giudici della Corte suprema ricavarono da una serie di principi costituzionali, tra i quali il diritto alla vita privata, l’esistenza di un diritto fondamentale ai rapporti affettivi, compreso il diritto all’intimità sessuale. La stessa prospettiva si trova nella nostra Costituzione che, pur senza menzionare il diritto d’amore, riconosce il diritto fondamentale a sviluppare la propria personalità nell’ambito di relazioni affettive al riparo da ingerenze indebite dello Stato, senza che la legge possa indicare un unico modello di relazione al quale attenersi. Allo stesso modo, riconosce la genitorialità “sociale” quando vi siano legami affettivi stabili con chi ha svolto, concretamente e a prescindere da vincoli biologici, la funzione di genitore, prendendosi cura del bambino. Per la Costituzione, quindi, la famiglia non è più soltanto quella “naturale” di 70 anni fa, fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna, ma è una comunità di affetti e di cura e, come tale, è “un forte elemento del diritto all’identità del minore”. Il governo ne prenda atto.