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di Carlo Bonini

La Repubblica, 24 settembre 2023

Incapace di risolvere la contraddizione insanabile tra l’ossessione della vendetta sulla magistratura coltivata dai soci di minoranza del suo governo (Lega e Forza Italia) in nome dell’eredità berlusconiana con le radici giustizialiste della sua formazione politica e le parole d’ordine del suo partito, Meloni ha trasformato le politiche della giustizia e gli interventi sulle norme penali in un incedere sgangherato. Che combina un garantismo amorale a vantaggio dei forti (colletti bianchi e politica) con una feroce e classista intransigenza punitiva nei confronti dei marginali.

È accaduto così che il governo abbia messo mano a un’ennesima riforma del processo (i cui esiti parlamentari sono tutt’altro che scontati) che rende l’azione penale delle Procure una cervellotica corsa a ostacoli in cui viene depotenziato l’uso delle intercettazioni e sterilizzato il ricorso alla custodia cautelare. Immaginando nel contempo una definitiva separazione delle carriere dei magistrati e cancellando di fatto un reato spia per la corruzione della pubblica amministrazione come l’abuso di ufficio. Ed è accaduto che, contemporaneamente, il governo abbia risposto a ogni possibile sollecitazione legata a episodi di devianza in grado di colpire l’emozione dell’opinione pubblica con un bulimico ricorso a nuove figure di reato. Dall’organizzazione di rave (pena fino a sei anni) al traffico di migranti (innalzamento della pena fino a trent’anni). Dalla dichiarazione di reato universale della organizzazione della gestazione eterologa (aumento delle pene fino a due anni) al reato di omicidio nautico (in prima lettura, innalzamento della pena fino a dieci anni). Dal reato di istigazione all’anoressia aggravata dalla minore età (proposta reclusione fino a quattro anni) alla responsabilità dei genitori per la dispersione scolastica (aumento della pena fino a due anni). Dagli incendi boschivi (aumento della pena fino a due anni) all’occupazione abusiva di immobili (innalzamento della pena fino a due anni). Per non dire del pugno di ferro sulla criminalità minorile (pene più severe fino a cinque anni per spaccio e la conseguente possibilità di custodia cautelare in carcere) e della promessa di castrazione chimica per i responsabili di reati sessuali annunciata dal palco di Pontida.

Difficile prevedere oggi quale sarà il punto di caduta finale di questa traiettoria. Ma ne sono nitide le intenzioni, il cinismo politico che le ispira, la sciagurata approssimazione con cui si continua a maneggiare un tema - la giustizia - che dovrebbe essere sottratto alla logica strumentale di chi confonde il garantismo con l’impunità e il codice penale con la soluzione all’incapacità della politica di prevenire prima ancora che curare.