di Errico Novi
Il Dubbio, 13 giugno 2026
Giorgia Meloni in altri tempi avrebbe imbracciato l’arma dello sdegno. In altre epoche della legislatura, avrebbe commentato le intercettazioni “en plein air” sul Ponte di Messina come si conviene. Avrebbe bollato come intollerabile che i magistrati, o chi lavora per loro, non rispettino la legge, e non assicurino il riserbo sugli “ascolti”. La premier scavò una trincea, per esempio, appena quattro mesi fa per la condanna a risarcire la Sea Watch emessa dai giudici di Palermo. Ma dopo il referendum certe repliche, evidentemente, sono considerate improponibili, a Palazzo Chigi.
“Non possiamo perdere le elezioni per una leggina garantista”, obiettano da Fratelli d’Italia di fronte al pressing di FI sul ritorno alle riforme della giustizia. E il concetto si estende, è ovvio, anche alle reazioni del governo di fronte a eventuali indagini che colpiscano partiti e opere del centrodestra.
C’è lo stallo totale, sulla giustizia. Martedì è saltato il vertice con Carlo Nordio in cui Forza Italia avrebbe voluto almeno discutere sui diversi punti di vista in materia di responsabilità civile. Niente da fare. Il guardasigilli ha liquidato l’ipotesi in modo definitivo. Sia perché ha bollato come inutile il rafforzamento delle norme sugli errori giudiziari proprio poche ore dopo aver sconvocato il vertice, sia perché l’obiettivo degli azzurri era trovare una sintesi buona almeno per la prossima legislatura. Col suo no, il Nordio ha mandato chiaramente a dire che di responsabilità civile, nel programma per le prossime Politiche non se ne potrà parlare, a prescindere dal fatto che lui stesso difficilmente si concederà un secondo giro sulla giostra della politica. Il centrodestra è in imbarazzo su qualsiasi provvedimento riguardi il processo penale. Niente legge sugli smartphone, neppure con l’emendamento della meloniana Chiara Colosimo, che esclude dai futuri vincoli le inchieste antimafia. Niente riforma della prescrizione, nonostante Francesco Paolo Sisto, che di Nordio è il vice, abbia detto con molta chiarezza che non sarebbe scandaloso integrare la legge con una norma transitoria per “mettere in salvo” i processi già definiti in primo grado, in modo da non sconquassare lavoro e tabelle di marcia delle Corti d’appello. Neppure quest’apertura dei berlusconiani è sufficiente. L’unica riforma giudiziaria che, almeno a inizio 2027, potrebbe vedere la luce - ma il condizionale è d’obbligo - è l’introduzione del gip collegiale per le misure cautelari detentive. Non foss’altro perché di nuovi magistrati da assegnare alle sezioni gip-gup dei piccoli Tribunali ne entreranno in servizio parecchi, di qui a fine anno. Martedì scorso Nordio, in una nota con cui ha comunicato la fine del tirocinio per 354 giovani toghe, ha ribadito che al 31 dicembre ci saranno in tutto 1600 nuovi giudici e pm. E il sottosegretario leghista Andrea Ostellari ne ha approfittato per una frecciata agli avversari, togati e laici: “Mentre qualcuno preferisce alimentare polemiche, noi portiamo risultati”.
Può darsi che su queste basi il gip collegiale regga l’urto delle polemiche destinate comunque ad arrivare dal fronte Anm. Ma per il resto, la giustizia è un campo di gioco dichiarato impraticabile, per l’attuale maggioranza. E il dato spiazzante è che proprio mentre la coalizione del Sì alla separazione delle carriere si avvita in un’autocensura a tempo indeterminato, e si avvia alla “scissione interna” di Forza Italia (e forse della Lega) sulla giustizia, è la magistratura ad autoriformarsi. Appena ventiquattr’ore dopo lo stop di Nordio alla responsabilità civile, il Csm ha approvato le linee guida sulla comunicazione. Ha introdotto l’obbligo, per le Procure, di aggiornare le informazioni rese al pubblico su tutti i procedimenti che, dopo l’iniziale ipotesi di accusa, si sono risolti in un proscioglimento o in altri esiti favorevoli all’imputato. Obiettivo: tutelare la reputazione degli innocenti. Rivoluzionario: si interviene sul punto decisivo del rapporto fra giustizia e opinione pubblica. Un grande passo avanti.
E colpisce che un’innovazione concepita per tutelare la reputazione anche di imputati in vista, anche dei politici, arrivi non dalla politica ma dalle toghe. È la conseguenza del referendum: i magistrati sanno di aver “vinto le elezioni” ma anche di dover tenere sotto controllo questo potere anomalo. Così, attraverso il Csm, le stesse correnti, pur col dissenso della progressista Arra, hanno scelto la via dell’autodisciplina.
A una prima impressione, potrebbe anche bastare a garantire l’equilibrio da qui ai prossimi anni. Ma non è così. L’iniziativa della magistratura a fronte dell’inerzia dei partiti conferma la subordinazione della politica all’ordine giudiziario. Lascia cioè irrisolta, anzi esaspera l’anomalia che la riforma costituzionale di Nordio avrebbe dovuto almeno iniziare a risolvere. Si certifica che in Italia la politica è sotto scacco. E che la magistratura, pur con tutte le sue contraddizioni, è padrona assoluta del campo. Detta i tempi, fissa le regole.
Si tiene in equilibrio fra le esondazioni, per esempio la diffusione delle intercettazioni sul Ponte di Messina, e il contegno istituzionale. Ma finché la politica accetterà di restare sospesa alle concessioni elargite dalle toghe, non si uscirà mai dal circolo vizioso che alimenta, nell’opinione pubblica, giustizialismo e antipolitica. È proprio per non urtare gli elettori giustizialisti che FdI chiude alle proposte di Forza Italia. L’errore è non rendersi conto che le rinunce consolidano soltanto la diffidenza generale nei confronti dei partiti, che uno stallo simile renderà le riforme garantiste impossibili all’infinito e che in questo modo il tarlo dell’antipolitica non sarà debellato neppure fra altri trent’anni.










